domenica 24 agosto 2008

CRISI, due obiettivi per l’autunno: ricontrattare gli interessi sul debito, abolire la ritenuta alla fonte per il lavoro dipendente.

(Rodolfo Ricci, 20.08.2008)



molti desidererebbero evadere il fisco, ma solo i più ricchi ci riescono, i poveri sappiano dunque che devono pagare le tasse anche per loro - Carl William Brown

many would love to avoid paying tax but only the rich manage to do so. The poor realise, therefore, that they have to pay taxes even for them

a muchos les encantaría evadir impuestos, pero sólo los ricos son capaces de hacerlo, de modo que los pobres saben que también deben pagar impuestos por ellos

beaucoup aimeraient éviter de payer des impôts mais seuls les riches y parviennent. Par conséquent, que les pauvres réalisent qu'ils doivent payer des impôts également pour eux

viele wollen keine Steuern zahlen, aber nur wenige Reiche schaffen das, die Armen wissen also, dass sie auch für die Reichen Steuern zahlen müssen

многие не хотели бы платить налоги, но только богатым это удаётся. Бедные же осознают, что они должны платить налоги, в том числе и за богатых

الكثير يرغبون تجنب دفع الضرائب، ولكن فقط الأغنياء يتمكنون م
ذلك، ليعرف الفقراء بأنه عليهم دفع الضرائب أيضا عن الأثريا

multi aerarium eludere cupiunt, sed id tantum ditissimi consequuntur; proinde pauperes sciunto tributum sibi pro iis pendendum esse



1.

Beppe Grillo nella sua ultima discussa performance via audio in Piazza Navona ha ricordato una cosa nota, ma che viene continuamente fraintesa: l’Italia ha un debito pubblico pari a oltre 1. 600 miliardi di Euro e gli italiani (non tutti ovviamente) pagano circa 80 miliardi di Euro annui di interessi su questo debito. Circa l’80% del debito è composto da titoli emessi dallo Stato, sia sul mercato interno (BOT, CTZ, CCT, BTP e BTP€I), sia sul mercato estero (per ca. il 55%: programmi Global, MTN e Carta commerciale).
Ogni anno la cosiddetta Legge Finanziaria ha il precipuo obiettivo (occultato da una sapiente regia politico-mediatica) di reperire i soldi per pagare questi interessi.
Il Ministro dell’economia Giulio Tremonti ha ricordato questo fatto qualche settimana fa nel suo intervento alla Camera, specificando che si tratta quantitativamente del “terzo debito pubblico al mondo, pur non essendo, l’Italia, il terzo paese per PIL prodotto, ma solo il settimo”.
(Noi avremmo aggiunto che invece continua ad essere settimo per spesa militare assoluta e che negli ultimi due anni essa è aumentata del 20%. La spesa militare pro-capite dell’Italia supera addirittura di 121 dollari quella tedesca: 568 USD a 447 USD!)
In un intervento nel suo blog, Grillo ipotizza tra il serio ed il faceto che questa somma prodottasi negli ultimi tre decenni (ma in particolare negli ultimi due), equivalga alla somma delle tangenti fluite tra il sistema politico e quello economico e viceversa, secondo una regola aurea che prevede di fare “una cresta” variabile fino al 30% , sui finanziamenti che vanno dal pubblico al privato.
Non so se la regola fosse così aurea o ferrea; ma forse c’è anche dell’altro e di più decisivo: è noto che l’Italia è il paese in cui la quota di PIL prodotta dall’economia sommersa è pari -secondo uno studio dell’FMI del 2002-, a circa il 27%. (10% circa per USA, 9% Svizzera). La percentuale di evasione fiscale complessiva è stimata annualmente intorno al 19-20% del PIL, cioè una cifra che si aggirava, secondo Padoa-Schioppa, intorno ai 270 miliardi di Euro nel 2006.
A fronte di queste cifre nelle quali ci dibattiamo da decenni, c’è da chiedersi, dopo tanto discutere, se non sia proprio questa la caratteristica specifica del Sistema Italia e il suo unico vero ”punto di forza”.
La fine della possibilità di svalutazione della Lira dopo l’ingresso nell’Euro, che costituiva il più potente strumento di politica economica italiana per garantire la concorrenza internazionale di un’economia scarsamente finanziarizzata (rispetto ad esempio a UK) e con una ancora forte presenza del settore produttivo industriale orientato fortemente all’export, ha reso più complessa la gestione della competitività internazionale del sistema, nonché quella delle politiche attive e di ridistribuzione.
Da allora, in particolare (ma l’operazione era strutturalmente iniziata negli anni ’80 con l’abolizione della scala mobile), il raggiungimento di adeguati livelli di competitività internazionale viene conseguito con la compressione di salari e stipendi, anche per il basso grado di produttività del sistema e di una competitività che si gioca prevalentemente in settori produttivi a relativa alta intensità di manodopera e parallelo basso grado di innovazione tecnologica rispetto ad altre economie sviluppate.
Ma ciò non sembra, da solo, sufficiente a garantire la permanenza di profitti adeguati per il capitalismo nazionale (fatto in gran parte di PMI); l’altra condizione è per l’appunto l’evasione fiscale, che consente potenzialmente (a parte il lavoro dipendente per il quale la trattenute fiscali vengono operate alla fonte) a tutte le altre figure produttive, in misura minore o maggiore, di raggiungere punti di equilibrio reddituale e di profitti ritenuti congrui e soddisfacenti.
Si potrebbe affermare che l’evasione fiscale ha in un certo senso, sostituito la pratica della svalutazione competitiva già in regime SME ed è proseguita alla grande dopo l’introduzione dell’Euro, con il medesimo obiettivo di abbassare i costi di produzione nella tenzone internazionale.
Ciò che non è possibile fare a causa della scarsa propensione all’innovazione tecnologica, lo si è fatto e lo si fa quindi a spese dello Stato e dei lavoratori: Pacco e Contropacco !
Si deve aggiungere, ma questo è in parte un altro discorso, un’altra caratteristica del sistema Italia costituito dall’economica criminale (mafie, camorre e ‘ndranghete varie) che fattura intorno ai 100 miliardi di Euro all’anno, vale a dire circa il 6% del PIL italiano e ne costituisce, ovviamente, parte integrante e “punta di eccellenza” nello scenario internazionale.
I grandi flussi finanziari e di ricomposizione del reddito nazionale avvenuti negli ultimi 20 anni sono facilmente riassumibili da queste cifre; si è trattato cioè di un enorme travaso di ricchezza nell’ordine di 3.000 ? 4.000 ? miliardi Euro che sono stati spostati dal lavoro dipendente e subalterno al capitale, dallo Stato al privato e, per quanto riguarda il sistema tangentizio, dallo Stato alla politica.
Al di là di considerazioni etiche si è trattato quindi del modo specifico in cui il capitalismo italiano ha potuto competere sul piano internazionale nella dimensione della globalizzazione, salvaguardando quella parte di capitale nazionale subalterno e relativamente arretrato la cui capacità di stare sul mercato poteva essere garantita solo dalla capacità di compressione del costo del lavoro (sia esso lavoro dipendente che, in parte, di quello che chiamiamo impropriamente lavoro autonomo, ma che in misura considerevole è lavoro dipendente “decontrattualizzato”). Dal punto di vista dell’impresa si trattava in effetti di comprimere tutto ciò che, in quanto lavoro, era ritenuto costo fisso; e, allo stesso tempo, di trasformare una parte consistente di tale costo fisso in costo variabile, attraverso la pratica dell’esternalizzazione e del decentramento produttivo che ha creato l’imponente massa di artigiani, micro imprenditori, partite IVA, COCOCO, COCOPRO, ecc.
Ciò ha comportato, in un certo senso, la costruzione, dentro i confini nazionali, di un pezzo di terzo mondo in cui il livello di salari, diritti, ecc. fosse analogo, anche se certamente non comparabile in linea assoluta con quello dei PVS, ma che disponesse allo stesso tempo, del valore aggiunto di un sistema infrastrutturale molto più avanzato di quello dei PVS.
Le recenti ipotesi di nuovi modelli di contratto su cui verte la discussione sul futuro delle relazioni industriali nel nostro paese, possono essere lette dentro la permanenza di questo scenario.
In questo pezzo di “terzo mondo” dentro i confini nazionali non hanno operato solo operai e lavoratori dipendenti, indigeni e immigrati, precari, sottopagati e con meno diritti, ma anche una infinità dei lavoratori “decontrattualizzati” autonomi, piccoli e piccolissimi imprenditori i quali nella lunga catena delle commesse al ribasso che, emanando dal vertice della grande impresa multinazionale, percorrono come in una via crucis, tutte le stazioni di un’intermediazione spregiudicata e cinica i cui effetti più visibili sono le migliaia di morti bianche che oramai non coinvolgono più esclusivamente i lavoratori dipendenti, ma anche piccoli e piccolissimi imprenditori il cui status di liberi operatori del mercato è sempre più spesso ed oggettivamente, un titolo del tutto posticcio.


2.

Tuttavia questa analisi non appare ancora soddisfacentemente esaustiva, poiché si deve ricordare che negli ultimi 3 decenni il fenomeno della crescita dell’economia sommersa ed informale è riscontrabile anche in tutti gli altri paesi avanzati: nell’arco degli ultimi venti anni, esso è praticamente raddoppiato nei paesi OCSE, passando dal 10 al 20% medio (secondo una stima del FMI del 2002), con crescite rapidissime nel decennio 1990-2000, anche evidenziato in questo lasso di tempo in paesi come Francia (dal 9% al 15%), Germania (dall’11.7% al 16,3%), Spagna (dal 16% al 22,5%) e Italia (dal 22.7% al 27%), appunto.
Se il trend di crescita esponenziale dell’economia sommersa (e della conseguente parallela evasione fiscale) non è solo italiana, seppure in proporzioni differenti, c’è da dedurne che si tratta di un fenomeno strutturale della fase che abbiamo e stiamo attraversando. Questa fase è quella della cosiddetta globalizzazione imperniata, retta ed orientata dall’ideologia neoliberista.
Se ci siamo arrischiati a ipotizzare una stima del travaso di reddito da mondo del lavoro a capitale in Italia possiamo solo immaginare quali siano state le dimensioni del travaso di reddito a livello globale. Le contraddizioni e i conflitti che abbiamo di fronte, comprese secessioni, guerre, fame, povertà e miseria fuori e dentro i singoli paesi, ne sono un corollario.
Il modello applicato universalmente dal neoliberismo aveva già fornito un esempio lampante degli effetti economico-sociali che poteva produrre con le successive crisi che hanno coinvolto successivamente grandi paesi come Messico, Turchia, Argentina, passando per Russia e NICS asiatici negli anni ’90 fino al 2002. Oggi ne fornisce di ulteriori, addirittura di più ampli e impressionanti, a partire dal vertiginoso aumento dei prezzi alimentari che diventano, assieme al petrolio e alle altre materie prime, i beni sostitutivi su cui scatenare, senza alcun ritegno, le giostre degli strumenti derivati dopo il crollo dei mutui sub-prime.
La disponibilità di enormi capitali nelle mani dei grandi istituti finanziari e dell’impresa multinazionale non si è tradotta in questo trentennio in corrispondenti investimenti globali, ma piuttosto è stata giocata nelle transazioni finanziarie e borsistiche sui nuovi strumenti di investimento “derivati”, da una parte, e in consumi di beni di lusso, dall’altra, cosa che ha fatto affermare a diversi economisti che, con l’approccio neoliberista, viene minato ed intaccato alla radice il meccanismo classico dell’accumulazione capitalistica, secondo cui il capitale, per riprodursi, deve trasformarsi in investimenti produttivi e in beni di consumo di massa. Il punto di equilibrio del capitalismo (e quindi del mercato) è solo nell’equilibrio di queste variabili. Fuori di questo punto di equilibrio, il capitalismo deve essere salvato dallo Stato, cosa che in effetti sta accadendo negli ultimi mesi con le enormi iniezioni di liquidità delle grandi banche centrali.
Se gli investimenti produttivi si sono invece percentualmente ridotti e il consumo dei lavoratori e delle famiglie, comprese le classi medie, si è anche decisamente contratto, restano -e in effetti risultano aumentati- solo gli investimenti in titoli e il consumo delle classi elevate.
In questo è consistita e consiste la lotta di classe di fine ed inizio millennio.


3.

Abbiamo visto che tra i paesi avanzati la posizione italiana ha una sua originalità: seppure i trends nazionali sono del tutto analoghi a quelli degli altri paesi, i modi e la qualità con cui essi si attuano nel nostro paese appaiono più radicali ed ovviamente legati alla specifica composizione interna del capitale e alla sua stratificazione sociale e territoriale, ma anche alla sua specifica cultura sociale e politica.
Dinamiche e squilibri nord-sud, relativamente basso livello tecnologico della composizione organica del capitale, forte presenza di PMI e dimensione ridotta delle singole imprese, livelli scadenti di scolarizzazione e formazione, scarsa efficienza delle Pubblica Amministrazione, ecc., forti egemonie mediatico-culturali (Media privati e Vaticano), pervasività dell’economia criminale, autoreferenzialità della politica fino al consolidamento della Casta, corruzione accentuata, debolezza del sistema giudiziario, ecc., fanno dell’Italia un paese del tutto particolare nello scenario dei paesi avanzati neoliberisti.
La capacità concorrenziale del sistema paese nelle dinamiche competitive con gli altri sistemi-paese ne risulta, nel suo insieme, fortemente indebolita.
Si potrebbe dire, in questo senso, che la percentuale di controllo (o di azionariato) del sistema globale neoliberista da parte dell’Italia è al di sotto di quanto potenzialmente possibile ove il sistema paese funzionasse a dovere. Ma ciò non toglie il fatto che esso produca delle punte di “eccellenza” globali, con le sue banche, le multinazionali dell’energia, le sue oligarchie speculative, i suoi apparati criminali, ecc., in grado di condividere pienamente le vette della competitività globale.
La permanenza nei vertici internazionali di questi poteri nostrani non particolarmente avanzati quanto ad efficacia produttiva, riproduttiva ed organizzativa, può tuttavia sussistere in funzione della loro capacità di penetrazione e di orientamento delle leadership politico-culturali, quindi dello Stato, e di controllo mediatico delle masse dei cittadini, che consenta loro la perpetuazione di elevati livelli di sfruttamento del lavoro, di contrazione salariale e del sistema dei diritti, più e più a fondo di quanto avvenga in sistemi-paese meno sperequati, come quelli nord europei.
Questo è stato (ed è) l’obiettivo perseguito negli ultimi trenta anni dal complesso economico-politico-mediatico-culturale, che è riuscito a ricostruire una sua potente, diffusa e trasversale egemonia dopo il decennio di protagonismo sociale 1968-1978.
L’egemonia globale neoliberista per convenzione di emanazione USA, ma non solo, si è attuata, in Italia, nell’accordo e scambio geostrategico con tali poteri. L’aumentato ruolo dell’Italia come contractor internazionale di missioni e presenza militare nel mondo per conto dei nuovi assetti strategici, costituisce una novità (perseguita da destra e da “sinistra”) che rientra in questo patto.
E’ per tutto ciò che la situazione italiana manifesta oggi, dal punto di vista della riflessione e dell’azione politica, caratteri di difficile permeabilità analitica e di lettura politica coerente, oltrechè di permanenti processi aggregativi e disgregativi in misura molto maggiore rispetto ad altre situazioni nazionali in cui la “purezza” neoliberista si dispiega in modo più lineare e leggibile.
Ciò non inficia un altro trend comune del neoliberismo mondiale che è consistito e consiste nella acquisizione degli apparati politico-sociali delle sinistre storiche dentro l’orbita del “pensiero unico” (Labour in UK, PD in Italia), garantendo loro una ipotetica funzione di gestione dello “spazio nazionale / sistema paese”, obiettivamente e strutturalmente limitato ad alcuni settori, in una prospettiva neonazionalistica di ricerca di maggiore efficienza di sistema e in una ottica –del tutto disorientante- di reciproca competizione tra sistemi-paese dentro i paletti neoliberisti, i quali per loro natura e come il termine stesso indica, sono in linea di massima disinteressati ai confini nazionali se non per la funzione di gendarme internazionale del sistema che alcuni singoli paesi debbono assicurare e per la funzione di riproduzione ideologica e controllo culturale che invece, tutti, ognuno secondo le proprie possibilità, debbono assolvere.
In questa prospettiva è giocoforza che i sistemi di welfare e la spesa pubblica nazionale debbano essere compressi e ridotti poiché tolgono risorse al “libero mercato”: tutto ciò che è privatizzabile con vantaggio (dai fondi previdenziali, ai servizi municipali, ai beni comuni), deve essere effettivamente e in progressiva misura privatizzato, poiché ciò solo garantisce l’afflusso di nuovi capitali da immettere nel sistema circolatorio del neoliberismo, come unica condizione della sua riproduzione che è sempre più sganciata dall’effettiva capacità di produrre valore!


4.

Tuttavia le “resistenze” italiane a questo processo di trasferimento dello Stato in mani private continuano ad essere consistenti, sia per la specificità degli equilibrii imperfetti tra i vari poteri forti citati che pur costituendo sistema, dentro di esso si contrastano vicendevolmente, sia per una storica cultura di critica radicale degli squilibrii nazionali che pur nell’inquinamento ideale e culturale operato dai media, continua a persistere trovando esiti e sbocchi certamente contraddittori quanto imprevisti sul piano politico e che sono in grado di produrre fenomeni sociali e politici che possono variare dalla Lega Nord, ai movimenti per le autonomie che riciclano mai sopiti, quanto antistorici e surrettizi sentimenti identitari, o, sul fronte della partecipazione di base, dai movimenti di resistenza territoriale alle scelte del neoliberismo continentale (No Tav) e alla sua necessità di acquisire ulteriore spazi per la funzione di controllo militare dell’area mediterranea e mediorientale (No Dal Molin), ai girotondi e ai loro portavoce dello spettacolo che insistono sull’aspetto di controllo mediatico-culturale e del tentativo di riduzione dell’autonomia del sistema giudiziario, alla cosiddetta antipolitica del “que se vajan todos” contro la trasversale Casta, a pezzi di sindacato, ai movimenti di resistenza sociale antagonisti e contro la globalizzazione neoliberista.
Tutto ciò conferma il permanere di un forte potenziale critico del paese, che tuttavia risulta frammentato e dis-orientato da un uso spregiudicato dei media e dai tentativi di ricomposizione sociale strumentale operata dai poteri forti attraverso il massaggio delle leadership politiche e in accordo con il neoliberismo mondiale.
Ad oggi questa operazione di mediazione e di ricomposizione politica è riuscita meglio alla destra con Berlusconi e il suo canovaccio di Rinascita nazionale, attraverso un patto e uno scambio che ha valorizzato come compatibili e necessitate, libertà d’impresa ed evasione fiscale, economia sommersa e tentazioni autonomistiche, spesa sociale e riduzione del welfare, politiche di sicurezza e xenofobia razzista, ecc.
Molto meno al “partito delle tasse” (il centrosinistra) che ha riproposto una opzione lineare e rigorosa di governo conservatore ligio al dettato di Maastricht che tentava di compendiare privatizzazioni, più mercato e meno Stato, riduzione dell’evasione, “modernizzazione” del sistema di Welfare per l’ignoto futuro delle future generazioni, riducendo l’attuale in relazione alle sue compatibilità di finanziamento a venire, controllo e riduzione della spesa pubblica per rientrare nei famosi parametri, riduzione del debito, incentivazione della produttività dell’impresa attraverso il cuneo fiscale, ecc..
Entrambe le soluzioni e gli approcci, dopo le elezioni di Aprile 2008, sembrano tuttavia essere venute al capolinea. Le notevoli differenze di lettura e di impostazione che si avvertono oggi dentro gli stessi schieramenti politici, per nulla omogenei, e che rappresentano ormai trasversalmente le classi o quel che ne rimane, manifesteranno a breve termine tutte le loro incompatibilità.
In nessuna delle stagioni di governo di centro destra e di centro sinistra si è infatti ridistribuito qualcosa di significativo; negli ultimi quindici anni, il potere di acquisto dei salari si è ridotto di quasi il 40%. Oggi i salari italiani sono il 30% al di sotto della media europea. Il tasso attuale di inflazione (4% medio, ma molto più alta per la classi povere che si trovano costrette a ridurre l’acquisto di beni alimentari di prima necessità aumentate del 10-15% in un solo anno), porterà nell’arco di due anni il poter di acquisto dei lavoratori ben sotto il 50% di quello dell’inizio degli anni ‘90.
L’opzione del federalismo fiscale sostenuto da venti anni dalla Lega e con adepti importanti nel PD, la promessa bipartisan di riduzione delle tasse, i recenti approcci no-global e di tassazione mirata (più che altro partita di giro) dei petrolieri di Tremonti, sono destinati a non acquisire il consenso politico necessario alla loro approvazione, in un contesto reso ulteriormente pericolante dall’arrivo della grande crisi economica che è la crisi storica del neoliberismo.
In effetti c’era e c’è ben poco da ridistribuire; il reddito nazionale infatti, al netto di un’evasione annua di oltre 250 miliardi di Euro, è inferiore di 80 miliardi di Euro a quello che sarebbe disponibile senza l’erosione degli interessi sul debito. (Come accennato l’indebitamento pubblico avviene sul mercato estero e su quello interno; su quest’ultimo versante, accade, curiosamente, che una quota consistente di titoli di stato vengano acquistati proprio dalla componente degli evasori (grandi, medi e piccoli) utilizzando le somme evase al fisco, con lo strabiliante risultato che lo Stato –i cittadini lavoratori- ci rimette due volte: prima non incassando la quota di tasse legittima, poi, dovendo anche pagarci sopra gli interessi (tassati solo al 12%, diversamente dal 20% applicato in Europa). Pacco, contropacco e contropaccotto!)
La riduzione dei mercati di sbocco internazionale per le nostre merci che si manifesterà in tutta la sua evidenza nei prossimi mesi e nel prossimo anno, la crescita dell’inflazione e le politiche di contenimento operate dalla BCE con l’aumento dei tassi, lo sconvolgimento delle ragioni di scambio tra Paesi avanzati e PVS produttori di materie prime a favore di questi ultimi, renderanno molto critica la situazione.
Le recenti avvisaglie di grandi alleanze si ripropongono pur con nuove variabili. Ma sono sempre meno credibili, soprattutto a sinistra, dove lo zoccolo duro del PD comincia a manifestare sofferenza e distacco da una prospettiva e da una gestione che manifesta tutta la sua insufficienza e il suo carattere essenzialmente mediatico ed insipido. Prova ne è che la famosa manifestazione romana del No Cav 2, pur nell’oscuramento e falsificazione generalizzata dei media, ha riscontrato un gradimento di oltre il 30% dell’elettorato del centro sinistra, secondo il guru dei sondaggi Renato Mannheimer.
Le soluzioni proposte dai due schieramenti paiono entrambe già fallite essenzialmente per la manifestata incapacità di effettiva ridistribuzione dei redditi da 15 anni a questa parte a causa di vincoli strutturali di un’economia in declino e che si regge in gran parte sul sommerso e dei vincoli esterni relativi al debito.


5.

La questione può così essere riassunta: o l’aumento di disponibilità di risorse attraverso la riduzione massiccia dell’evasione fiscale è compatibile con la stessa sopravvivenza di una struttura produttiva del paese (che però sappiamo derivare per il 27% del PIL dal sommerso) e con la sua capacità di stare sul mercato globale, e quindi costituisce un obiettivo realistico da attuare prioritariamente, oppure, se ciò non è praticabile o lo è solo in piccola parte, bisogna parallelamente andare ad una ricontrattazione del debito che liberi almeno una quota di risorse degli 80 miliardi di interesse, da destinare ai consumi interni, agli investimenti e al welfare.
Mentre la prima soluzione non mette in crisi il dogma del libero mercato, la seconda sì; per questo pare più difficile da affermare o solo da pensare. Ma, come già si è visto, il mercato non è libero, né autosufficiente: fiumi di miliardi di Euro e di Dollari dei risparmiatori corrono da mesi dalle banche centrali a sostenere la rete criminale della finanza mondiale perché è su di essa che si regge tutto l’almanacco del neo-liberismo. Ed inoltre, abbiamo visto che il crescere dell’economica sommersa e quindi di un’alta evasione fiscale è stato ed è un fenomeno comune ai paesi industrializzati e in buona misura incentivato dal modello di globalizzazione neoliberista.
Una politica centrata sul recupero di risorse attraverso la riduzione dell’evasione fiscale risulta poi ulteriormente invendibile sul piano del consenso, in un momento di accentuata e crescente crisi. Al contrario è più difficilmente contrastabile una proposta che rimetta almeno su un piano di pari condizioni fiscali lavoro salariato e dipendente e lavoro autonomo e d’impresa.
Terminata la stagione balneare dei congressi delle sinistre extraparlamentari, le cui dinamiche e contenuti coinvolgono alcune migliaia di cittadini in un paesi di 60 milioni di abitanti, qualcuno a sinistra dovrà occuparsi della materia. Né entusiasma la tenzone tra tasso di inflazione programmata (1,7% per il Governo) e di inflazione reale (3,8-4,2% secondo l’Istat) in cui sono stazionano i vertici sindacali, nel momento in cui crollano di ben oltre il 10% i consumi di pane, pasta, indumenti fino a quelli di bibite e gelati nella torrida estate. Altro che detassazione degli straordinari!
A meno che non si voglia che i temi dell’opposizione sociale non trovino il maggiore interprete nazionale in Giulio Tremonti, secondo una tentazione classica dell’autoritarismo che si costruisce la propria ala destra e sinistra, dovremmo impegnarci a costruire un fronte sociale e politico intorno a due obiettivi: uno, la ricontrattazione degli interessi sul debito, prima che sia troppo tardi. Argentina docet in tempi, dinamiche ed effetti. Due, la cancellazione dell’imposta alla fonte per il lavoro dipendente, poiché è costituzionalmente stabilito che tutti i cittadini debbano disporre di pari condizioni ed opportunità anche su un sistema di detrazioni e di tempistica del versamento delle imposte sul reddito del tutto analogo a quello utilizzato da lavoro autonomo e impresa.
Ai timorosi e alle Cassandre concentrati su cosa di negativo ne possa derivare, bisogna ricordare quello che è già accaduto: l’attuale sistema ha infatti consentito che il lavoro dipendente abbia in maniera precipua finanziato lo Stato Sociale anche per la parte di popolazione nazionale che ha evaso e, allo stesso tempo, abbia finanziato l’esborso di enormi somme di interessi andati in buona parte nelle tasche di evasori autoctoni e istituti finanziari internazionali. Il lavoro dipendente, quello precario e sottopagato, il lavoro autonomo “de-salarizzato” hanno cioè finanziato loro malgrado l’ascesa e il consolidamento del neoliberismo da una parte e hanno puntellato, dall’altra, un sistema economico nazionale che, oggi è evidente, fa acqua da tutte le parti.
Se non è ancora ora di invertire la direzione di questi flussi, è almeno il momento di bloccarli. Poi si ridiscuta pure di un moderno e sostenibile welfare, di nuove relazioni industriali, di federalismo, ecc. ecc..

sabato 5 luglio 2008

Guglielmo Zanetta: Abbiamo bisogno di una Sinistra unita


Non vediamo altra strada percorribile. Abbiamo bisogno di una sinistra unita, abbiamo bisogno di un programma credibile che tocca la testa i sentimenti e il ventre molle del nostro paese, abbiamo bisogno di democrazia, abbiamo bisogno di SINISTRA e basta. Abbiamo bisogno di sinistra con “un programma” che abbia un' anima alternativa, per far partecipare le forze progressiste ed i movimenti del nostro paese. Che punti a riequi¬librare redditi sempre più divaricati fra ceti sociali ed aree del paese. Che assicuri servizi universali accessibili e di alta qualità. Che sposti grandi risor¬se verso il lavoro, lo sviluppo sostenibile, la qualificazione del welfare, la scuola, la cultura, la ricerca. Che affronti con forza i vecchi e i nuovi problemi della moralità pubblica.
Va costruito un rapporto tra la sinistra e quella generazione politica che ha dato voce a una speranza di rinnovamento che ricorda ciò che è accaduto dopo il 1968 : i movimenti.

E' sempre più urgente concentrare il lavoro sull'elaborazione di un programma che sappia parlare a movimenti e forze sociali. La nostra assemblea si apre in una situazione politica che è drammaticamente cambiata rispetto a pochi mesi fa.
Prodi ha perso e la sinistra è sparita, a questo punto bisogna pur chiedersi quanto reggerà un sistema politico che sul lato destro vede crescere il sovversivismo del partito al governo con le leggi ad personam, mentre al centro il PD sta arrancando, vicini ormai alla sindrome dell’Aventino; dal nostro lato stenta ad emergere quella nuova aggregazione unitaria di sinistra in mancanza della quale la crisi italiana può precipitare verso esiti imprevedibili.

Quando parliamo della debolezza del Paese è anche di noi che dobbiamo parlare. A ben vedere sta qui la risposta più forte a chi - giustamente - si preoccupa del futuro della sinistra e del suo ruolo storico. È dalla novità della situazione storica che bisogna partire, essendo essa che c’impone la necessità (e al tempo stesso ci offre l'opportunità) di assumere una più alta responsabilità verso il paese.
Il nodo è questo. Da un lato è tempo di affermare senza ambiguità e retropensieri che tutta la situazione richiede, dopo i recenti disastri elettorali e del “tutto mercato” non meno ma più potere politico e quindi non meno ma più forti strutture capaci, come i vecchi partiti, di coinvolgere i cittadini nella vita pubblica e di restituire a loro diritti uguali e la possibilità di organizzarsi, di decidere, di contare che, questo spazio esiste tutto intero perché è ovvio che una lunga storia di divisioni feroci non si chiude semplicemente chiedendo gli uni agli altri di “fare passi indietro”.

Dovremmo chiedere a tutti noi di fare quel grande passo avanti che consiste nel dare risposta a una “crisi italiana”, sulla cui natura e gravità non è vero che siamo tutti d'accordo.
Questo è il punto. Noi siamo di fronte ad un nodo storico. Perché si tratta di una crisi della sinistra inedita che, non si misura con i numeri delle statistiche e che è difficilmente leggibile con le culture di cui disponiamo: né con le vecchie culture “classiste” ma nemmeno con la vulgata riformista appresa a Londra o nelle università americane. La lotta di classe c’è, l’abbiamo persa, l’ha vinta il capitalismo.
Bisognerebbe riflettere piuttosto sulla storia d'Italia e domandarsi a che punto è arrivato il distacco da un’idea nazionale di quella intellettualità di massa (politici compresi) che dovrebbe rappresentare “l'armatura flessibile” del Paese, il suo cemento.

Questa è la crisi che, sta anche in casa nostra. Essa riguarda il modo d’essere complessivo del Paese, come dimostra l’estrema difficoltà perfino a pensare il nostro passato e quindi l'incerta idea che gli italiani hanno di sé e delle ragioni del loro stare insieme. In più sono venute meno le vecchie basi strutturali (per esempio lo Stato centralistico, l'economia mista, la banca pubblica, il vecchio compromesso tra il Nord che produce e il Sud che consuma ma fornendo al Nord risparmio, mano d'opera a basso costo e un grande mercato protetto, l’incessante emigrazione e la trasmigrazione di milioni di persone dal sud verso il nord del mondo), e vengono a mancare anche le vecchie basi geo-politiche e geo-economiche. Di fatto le condizioni storiche grazie alle quali ci siamo sviluppati nel dopoguerra diventando un Paese “ricco” e una potenza mondiale.

Il Paese si è seduto ed è così difficile difendere ciò che resta del nostro apparato industriale. Non si capisce più che posto abbiamo nella divisione internazionale del lavoro, dato che ci siamo infilati in un vicolo cieco: non siamo più i produttori di beni di consumo, cioè delle cose che fornivamo noi a basso costo al vecchio mondo industriale e perso l'autobus delle nuove tecnologie per reggere alle sfide di un mondo nuovo, allargato, dove le merci a basso costo si producono in Cina, in India ed in tutto il sud est asiatico.

Si batte la globalizzazione economica, nuova forma di imperialismo (o meglio nuovo colonialismo e solo puro sfruttamento), con l’esportazione della globalizzazione dei diritti. La sinistra è chiamata a questa responsabilità, non solo in Italia.
È evidente che, con tutto il rispetto per le ricette certamente utili degli economisti, senza un grande disegno politico non si esce da questo vicolo cieco. Il declino non è un fatto economico. È l'impossibilità per una media potenza di scommettere sul futuro se non ha una politica estera, se - grazie al centro destra - non sa se la costruzione europea è il suo destino oppure se l'Italia sta in Europa in quanto vassallo degli Stati Uniti e quindi col compito di sabotarla.

Il declino, è la rinuncia delle giovani coppie a fare figli perché i servizi sociali sono smantellati, è lo scarso livello del capitale umano perché la strada imboccata è quella dell'evasione fiscale, del lavoro precario e dell'arte di arrangiarsi.
Questa è la crisi italiana. È il disperato bisogno del Paese di avere una guida e la mancanza di un’idea nazionale. Di qui dovrebbe partire la nostra assemblea e parlare a tutta la sinistra italiana. Non dalle formule ma dalla necessità di contribuire alla costruzione di una forza che per la sua consistenza e la sua credibilità sia in grado di sciogliere la stridente contraddizione tra un grande patrimonio sociale e culturale, fatto di risorse e di valori quali solo poche regioni del mondo possiedono, e una tale mancanza di fiducia nel futuro per cui il Paese si è seduto, non rischia, non intraprende, non fa figli, dissipando così un immenso patrimonio di lavoro e di capacità imprenditoriali.

Per fare questo noi non dobbiamo buttare a mare quel grande patrimonio politico e quello straordinario solco morale e intellettuale grazie al quale il socialismo e il nostro comunismo hanno segnato la storia d'Italia e d'Europa. È davvero stupido pensare di sostituire tutto questo con una sorta di grande lista civica, oppure inventare partiti senza radici.
Sarebbe però assurdo negare la necessità e l'urgenza di “andare oltre” i confini del socialismo e del riformismo novecentesco, ma questo non può sfociare nel conformismo o nel radicalismo. E perciò è giunto il tempo di incontrare altre culture e altri riformismi, altri socialismi per contaminarci culturalmente e per dar vita a una vera, grande alleanza strategica, è tempo di chiamare alla lotta in Europa le grandi culture: quella nostra, come quella socialdemocratica, la cristiana, come i diversi amici della libertà e della dignità dell'uomo?

Il dialogo si fa a questa altezza. Non si fa al ribasso ma rendendo esplicita la posta in gioco.



Abbiamo bisogno di Democrazia.

Che cosa resta della nostra democrazia?. Qualsiasi manuale di diritto costituzionale c'insegna che la democrazia è “un'organizzazione interna dello stato secondo cui il potere politico emana dal popolo ed è esercitato dal popolo - un'organizzazione che consente al popolo governato di governare a sua volta per il tramite dei propri rappresentanti eletti”.
Accettare definizioni come questa, di una pertinenza al limite delle scienze esatte, in una trasposizione alla nostra esperienza di vita, equivarrebbe a non tener conto della infinita gradualità di condizioni patologiche di fronte alle quali si può trovare il nostro corpo in qualsiasi momento del tempo. In altri termini: il fatto che la democrazia possa essere definita con grande precisione non significa che funzioni nella realtà. Attenzione non stiamo sostituendo la vecchia burocrazia della prima repubblica con la nuova burocrazia degli amministratori, delle liste personali, del culto della personalità, roba tardo 800, altro che “innovazione” è solo “conservazione” o meglio ancora “smantellamenti” e ritorno alla società medioevale. Un rapido excursus attraverso la storia delle idee politiche ci porta a quattro riflessioni spesso sbrigativamente accantonate, con la scusa che il mondo cambia. Perché le istanze del potere politico tentano di distogliere la nostra attenzione da un fatto evidente:

- all'interno stesso del meccanismo elettorale, si trovano in conflitto una scelta politica rappresentata dal voto e un'abdicazione civica, così vale anche per i partiti;

- non è forse vero che, nel preciso momento in cui la scheda è introdotta nell'urna, (oppure sono eletti gli organismi di un partito) l'elettore( o l’iscritto) trasferisce in mani terze, senza alcuna contropartita se non le promesse intese durante la campagna elettorale (o i congressi), quella parte di potere politico che possedeva fino allora in quanto membro della comunità di cittadini o di militanti del partito?;

- non è forse vero che quando il governo di questi “eletti”, ” istituzioni o partito” in realtà poi tutti i loro errori ri-cadono sulle spalle degli elettore/o degli iscritti, e nessuno paga?;

- Restituire ai cittadini la democrazia e la partecipazioni alle decisioni, deve essere la base del nostro programma e della nostra proposta.

E ai nostri giorni è il premio Nobel per l’economia J. Stiglitz a definire il problema, (“The roaring fineties”, New York, 2003). “ Nessuna innovazione della vita politica democratica è possibile se gli interessi privati dei grandi gruppi sono più importanti degli interessi della collettività, ovvero se di fronte agli interessi prevalenti di alcuni, i cittadini cessano di essere uguali”. Motivo di più per esaminare che cosa sia la nostra democrazia, quale sia la sua utilità, prima di pretendere - ossessione della nostra epoca - di renderla obbligatoria e universale. Pensiamo alle barbarie ed alle guerre del secolo scorso, sono bastati due proiettili per eliminare, J e R. Kennedy, Luter King ecc. due aerei per il crimine delle torri gemelle di NY. Non è stato sufficiente per destituire due ex amici dell’occidente quale Bin Landen e Sadan, il vecchio arsenale di fuoco degli USA in Afganistan ed in Iraq, decimando la popolazione civile inerme, quanti morti conteremo alla fina di questo delitto contro l’umanità, per l’esportazione della democrazia. Ricordiamoci che oggi nel mondo ci sono circa 70 guerre provinciali gestite indirettamente dal mondo occidentale, intento ad esportare la democrazia.

Questa caricatura di democrazia che, missionari di una nuova religione, cerchiamo d'imporre al resto del mondo, non è la democrazia.
Qualcuno ci dirà: ma le democrazie occidentali non sono basate sul censo e sul colore della pelle, e all'interno dell'urna il voto del cittadino ricco o di pelle chiara conta esattamente quanto quello del cittadino povero o di pelle più scura. A costo di raffreddare questi entusiasmi, diremo che le realtà brutali del mondo in cui viviamo rendono ridicolo questo quadro idilliaco, e che, in un modo o nell'altro, finiremo per ritrovarci con un corpo autoritario dissimulato sotto i più begli ornamenti della democrazia. E così, il diritto di voto, espressione di una volontà politica, è nel contempo un atto di rinunzia a quella stessa volontà, in quanto l'elettore la delega ad un candidato. Almeno per una parte della popolazione, l'atto di votare è una forma di rinunzia temporanea ad un'azione politica personale, tenuta in sordina sino alle elezioni successive, momento in cui i meccanismi di delega torneranno al punto di partenza, per riattivare lo stesso processo.

Ecco bisognerebbe poter rivoltare questo processo. Vorremmo che la delega sia restituita ad uomini e donne. Questo uno dei punti della nostra battaglia politica. Questa rinuncia può costituire, per la minoranza eletta, il primo passo di un meccanismo che, nonostante le vane speranze degli elettori spesso autorizza a perseguire obiettivi che non hanno nulla di democratico e che possono costituire un'autentica offesa ai cittadini e alla legge. Molte volte la delega è scippata, in linea di principio, a nessuno verrebbe in mente di eleggere come rappresentanti nelle istituzioni degli individui corrotti, anche se sappiamo per triste esperienza che le alte sfere del potere a livello sia nazionale che internazionale, talvolta sono occupate da criminali o dai loro mandatari. Però è anche vero che con le ultime elezione questo è avvenuto in Italia: inquisiti, al governo i Piduisti, in parlamento i grandi elettori delle mafie. L'esperienza conferma che una democrazia politica che non si basa su una democrazia economica e culturale è di ben scarsa utilità. Disprezzata e relegata nel dimenticatoio delle formule arcaiche, l'idea di una democrazia economica ha ceduto il posto ad un mercato trionfante fino all'oscenità. E all'idea di una democrazia culturale si è sostituita quella, non meno oscena, di una massificazione industriale delle culture, uno pseudo miscuglio di culture e di classe di cui ci si serve per mascherare il predominio di una sola di esse. Noi crediamo di aver fatto dei passi avanti, ma in realtà regrediamo.

Una democrazia autentica, che come un sole inondasse della sua luce tutti i cittadini, dovrebbe cominciare da quello che abbiamo tutti sottomano, cioè il paese in cui nasciamo, la società in cui viviamo, la strada in cui abitiamo, i cittadini che incontriamo ed i loro bisogni. Se questa condizione non viene rispettata - e non lo è - vengono inficiati tutti i ragionamenti precedenti, vale a dire il fondamento teorico e il funzionamento empirico del sistema e della democrazia.

Oggi in Italia, partiamo da un dato agghiacciante e semplice: dall 2003 duemilioni trecentotrentamila novecentosettanta perso¬ne “ hanno difficoltà ad acquistare cibo” ed il numero cresce di anno in anno. In Italia, non in Africa; oltre 2.330.970 persone sono, quindi, povere. Al di sotto dei livelli della dignitosa sopravvivenza minima. Metà di questi “senza cibo” (quanti di loro sono anche “senza tetto”, visto che, nelle grandi città, un appartamento minimo, 50mq, costa non meno di 600-800 euro al mese?) non riescono a mangiare.

In Italia, membro del ricco Occidente, della saggia Europa, dei fantastici Paesi più industrializzati, non tutti hanno il necessario. Quale democrazia per i nuovi emarginati? Se la democrazia è veramente il governo del popolo, per il popolo e da parte del popolo, non ci sarebbe nulla da discutere, ma le cose non stanno così. E soltanto uno spirito cinico si azzarderebbe ad affermare che tutto va per il meglio nel mondo in cui viviamo. Si dice anche che la democrazia sia il sistema politico meno peggiore, e nessuno fa osservare che questa accettazione rassegnata di un modello che si contenta di essere “ il meno peggiore ” può frenare a una ricerca verso qualcosa di “ possibile e di migliore “.

Lo sappiamo che, il potere democratico per sua natura è sempre provvisorio. Dipende dalla stabilità delle elezioni, (il 2008 ne è la prova) dal flusso delle ideologie, e dagli interessi di classe. Si può vedere in lui una sorta di barometro organico che registra le variazioni della volontà politica della società. Ma, in maniera flagrante, sono innumerevoli le alternanze politiche apparentemente radicali, che hanno come conseguenza il cambiamento di governo, ma che non sono poi accompagnate da quelle trasformazioni sociali, economiche e culturale fondamentali che lasciava supporre il responso elettorale.

Parliamoci chiaro: i cittadini non hanno eletto i loro governi perché questi li “ offrano “ al mercato. Ma il mercato condiziona i governi affinché questi gli “ offrano “ i loro cittadini, materia pregiata per la nostra società dei consumi.
Nel nostro tempo di globalizzazione liberista, il mercato è lo strumento per antonomasia dell'unico potere degno di tale nome, il potere economico e finanziario. Questo non è democratico perché non è stato eletto dal popolo, non è gestito dal popolo e soprattutto perché non si prefigge come finalità il bene del popolo. Impossibile negare l'evidenza: la massa di poveri chiamata a votare non è mai chiamata a governare ma solo a soccombere nella guerra quotidiana, dell’inflazione, della disoccupazione, del lavoro precario, in pratica combatte giorno per giorno per poter arrivare alla fine del mese, per sopravvivere.

Nell'ipotesi di un governo formato dai poveri, in cui questi rappresentassero la maggioranza, come ha immaginato Aristotele nella sua “Politica”, essi non disporrebbero dei mezzi necessari a modificare l'organizzazione dell'universo dei ricchi che li dominano, li sorvegliano e li soffocano, ecco noi abbiamo una missione quello di dare gli strumenti a questi cittadini per poter governare, cos’è questo se non socialismo.

La pretesa democrazia occidentale è entrata in una fase di trasformazione retrograda che non è più in grado di fermare e le cui conseguenze prevedibili saranno la sua stessa negazione. Non c'è alcun bisogno che qualcuno si assuma la responsabilità di liquidarla, è essa stessa a suicidarsi ogni giorno che passa.
Che fare? Riformarla?

Sappiamo che riformare, come ha scritto con tanta eloquenza l'autore del Gattopardo , altro non è se non cambiare quello che è necessario perché non cambi nulla.

Ci domandiamo ha questa funzione la deriva riformista della sinistra italiana? Rinnovarla? A quale modello per il futuro dobbiamo guardare?. O, a quale epoca del passato sufficientemente democratica si vorrebbe ritornare, e partire da lì per ricostruire con nuovi/vecchi materiali, la democrazia Allora noi diciamo: rimettiamola in discussione. Se non troveremo un mezzo di re-inventarla, non si perderà soltanto la democrazia, ma anche la speranza di vedere un giorno i diritti umani rispettati su questo pianeta. Sarebbe questo il fallimento più clamoroso del nostro tempo, il segnale di un tradimento che segnerebbe per sempre l'umanità.

Allora… Ripartiamo dal quotidiano, dai bisogni dei cittadini. L’assemblea è una buona occasione per discutere, per restituire al nostro paese la democrazia, la dignità intellettuale e morale e, l'energia per uscire dalla spirale negativa che ha portato al degrado tutte le istituzioni culturali,politiche e l’esclusione del parlamento della sinistra. La differenza, cioè, tra una visione minimalista che prende atto della struttura dei bisogni e il ritorno, invece, alla grande politica in cui la posta in gioco è sempre il problema del senso della vita collettiva e individuale.

Sappiamo bene che queste parole sono destinate a suscitare l''ironia di quanti praticano il disincanto come terapia d’addomesticamento delle passioni sociali, ma siamo convinti che senza l'investimento affettivo sulla prospettiva di un futuro diverso una formazione sociale diventi prima un condominio rissoso e poi una clinica psichiatrica, d’individui chiusi in una solitudine disperata.

Sotto questo profilo, chi pensa di battere il centro destra con la contestazione del mancato mantenimento delle promesse o con l'analisi delle finanziarie non ha capito il carattere profondamente politico e innovativo della destra italiana e del suo carattere devastante proprio perché capace di suscitare consenso di massa e sintesi sociale, esasperando l’egoismo aggressivo, il razzismo e l'individualismo possessivo della tarda modernità.

Veniamo, dunque, al punto della ricerca dei principi e delle idee che possono istituire una nuova distinzione tra la sinistra, il centro e la destra, per riconquistare la fiducia dei cittadini, pertanto punti di riferimento per nuove idee e per un programma per parlare alle persone e riavere il consenso per divenire forza di governo.

- La prima differenza è la concezione della democrazia e del suo rapporto con i diritti umani universali. La democrazia di cui oggi si parla è diventata soltanto una tecnica opportunistica per l'allocazione della risorsa “consenso”, e, come tutte le tecniche, esportabile senza alcun riferimento alle identità culturali. Viceversa, siamo convinti che la democrazia sia una forma di vita orientata allo sviluppo dell'autogoverno sociale attraverso la partecipazione attiva di tutti i cittadini alle decisioni. La democrazia istituisce la distinzione tra pubblico e privato. I cittadini vogliono sapere dove vanno a finire i loro soldi. La democrazia non è perciò dissociabile dalla ricerca della verità, dall''informazione sui fatti su cui occorre prender partito, e suoi nemici principali sono la menzogna, il sospetto, la manipolazione e la disinformazione.

- La seconda differenza è, perciò, la politica estera, che oggi significa niente più e niente meno della guerra al terrorismo proclamata da Bush, Blair/Brown, Sarkozy e Berlusconi e dei rapporti tra Europa e Stati Uniti, relativamente alle relazioni con le altre culture e civiltà. Anche in questo campo è decisiva la differenza tra inganno e verità. Sull'Iraq abbiamo assistito all''apologia della menzogna di stato e all'ipocrisia della missione umanitaria, senza dare ai cittadini italiani una giusta rappresentazione degli enormi interessi di potere economico e di dominio mondiale che hanno spinto Bush a intraprendere questa sciagurata iniziativa. Sono stati impediti, infatti, ogni tentativo di comprensione delle ragioni del mondo islamico, e persino la pietà e la denuncia delle migliaia di morti civili, donne, vecchi e bambini, uccisi dalle bombe intelligenti non solo delle armate Usa. È vergognoso che in un paese democratico chi, pur condannando duramente la ferocia terroristica, esprime indignazione e condanna anche le stragi di civili Iracheni, Afgani, sia escluso dalla comunità civile e accusato di complicità con il nemico. Guernica, le bombe atomiche sul Giappone, i campi di concentramento ci avrebbero dovuto lasciare nel nostro DNA l’indignazione per la morte.

- La terza differenza riguarda la tutela della vita e dell'ambiente contro le forme d’egemonia scientifiche e tecnologiche che tendono a distruggere le specificità delle culture e le differenze fra le identità sociali. Il rapporto tra tecnica e vita non è solo una questione etica, ma eminentemente politica, perché si tratta di scegliere fra un''omologazione sostanzialmente biologista, fondata sulla presunta neutralità della tecnica applicata al vivente, e una visione “umanistica” delle diverse società. Solo la grande politica può governare la tecnica senza far assoggettare l'umanità al sistema tecnico attualmente legato agli interessi economici dei grandi poteri.

Si condividano o no queste considerazioni, in ogni caso è certo che se si vuol battere l'iperpoliticità del messaggio apparentemente impolitico della destra ed in particolare di Berlusconi, bisogna alzare il livello del dibattito e riportarlo sui temi che oggi possono definire il terreno della Grande Politica. Il PD non centra è in parte omologato a quel modello e va recuperato ad un nuovo dialogo con la sinistra.. Se si vuole, cioè, battere non un modo di amministrare ma una visione della società e del modo. È possibile ancora, nell'epoca della globalizzazione, parlare di grande politica o bisogna rassegnarsi al trionfo dell'individualismo singolarizzato e impersonale nella forma dell'edonismo consumistico e garantito dal sistema-apparato tecnico-economico? Questo è il vero terreno sul quale si gioca la sopravvivenza della sinistra. Purtroppo ciò a cui si assiste oggi è invece principalmente il balletto dei calcoli, come se il senso del nostro agire fosse soltanto la crescita del Pil e la diversa competenza professionale dei professori d’economia.

La confederazione, la federazione o la grande alleanza di sinistra sono in realtà parole vuote se designano mere aggregazioni senza idee forti, valori guida ed al centro della nostra discussione non ci sia la persona.
Di questo occorre discutere. Da qui bisogna incominciare per ricostruire la SINISTRA e la democrazia nel nostro paese.
E noi non dispiacerebbe se il nuovo partito della sinistra si chiamasse SINISTRA e basta.

* Componente del coordinamento estero di Sinistra Democratica

domenica 25 maggio 2008

“Il sonno della ragione genera mostri” - ADERISCI ALL'APPELLO


Lo zingaro e il clandestino non possono diventare dei capri espiatori. Appello: “Il sonno della ragione genera mostri”.


Recenti avvenimenti di cronaca, e la loro accresciuta rappresentazione mediatica, hanno portato ad emergere in maniera plateale un diffuso atteggiamento di sospetto, quando non manifestazioni di vero e proprio razzismo, verso gli zingari, italiani e immigrati.
La denigrazione verbale, genericamente diretta a queste comunità ed anche gli episodi di aperta violenza e razzismo nei loro confronti, non possono essere in alcun modo tollerati. Spesso questi comportamenti vengono giustificati come risposta al presunto alto tasso di devianza di questo popolo, dimenticando che i reati in sé sono sempre compiuti da singole persone e che la responsabilità penale è, per legge, individuale.

Una politica intelligente, a vantaggio della sicurezza dei singoli e della collettività, sarebbe quella di analizzare le cause che portano ad una maggiore devianza tra queste persone (emarginazione sociale e culturale, assenza di politiche d’integrazione, ecc.) offrendo misure atte a governare davvero l’immigrazione e a coniugare politiche di sicurezza con quelle di accoglienza ed integrazione. Si preferisce invece battere il tasto sulla paura della gente e sulla necessità di inasprire le leggi e le pene.

E’ anche strano che il battage pubblicitario sulla sicurezza e sulla paura degli italiani, avvenga proprio quando il Ministero di Giustizia dimostra, statistiche alla mano, che i reati in Italia sono diminuiti e che in Europa – il nostro Paese è uno dei più sicuri dal punto di vista dell’ordine pubblico.

Il sospetto che esista una precisa regia dietro queste campagne mediatiche è inevitabilmente forte: una regia volta a rendere più accettabili misure di legge intollerabili contro i diritti della persona. Una regia che sposta l’attenzione degli italiani dal pesante declino economico e sociale in cui stiamo vivendo, verso un nemico ed un obbiettivo esterno: lo zingaro, l’immigrato, il diverso.
Come spesso succede nella storia, anche su questo versante come popolo italiano abbiamo la memoria corta e ci sembra lecito accettare attacchi verbali e misure contro gli zingari che consideriamo intollerabili, quando rivolte ad altri popoli od etnie. E’ un atteggiamento pericoloso e , per dirlo con le parole di Goya, “il sonno della ragione genera mostri”.

Non è mai colpa nostra se le cose vanno male, è sempre colpa di qualcun altro e così, mentre ci beiamo della supposta imbattibilità della creatività italiana, non ci accorgiamo che la crisi del nostro Paese di fronte alle sfide della globalizzazione è anche crisi di capacità di interloquire con l’esterno, le culture degli altri, la gestione serena dei fenomeni del nostro secolo, quali l’unità europea e le migrazioni.

In ogni caso, è certo che una politica esclusivamente di pura e semplice repressione dei reati che derivano dal disagio sociale sarà una tela di Penelope, e se non ci si indirizzerà anche verso la rimozione delle cause della condizione dei rom, non servirà a molto: a meno certamente di non innalzare l’escalation fino alla deportazione collettiva, all’arresto indiscriminato, o peggio, cosa fortunatamente proibita dalle normative internazionali. Non sembri retorica quest’ultima osservazione: rom e i sinti sono state vittime nei lager, e quella tragedia che in lingua zingara è ricordata come Porajmos, ed equivale alla shoah del popolo ebraico, pone un dovere di memoria e una responsabilità di tutti per il presente e il futuro.

I sottoscritti promotori di questo appello, operatori nel campo dell’immigrazione e dei problemi sociali, con esperienze disparate e di diverse ispirazioni politiche, culturali e religiose, propongono questi punti all’attenzione del governo nazionale, regionale e locale, dei media,, nonché degli operatori sociali così come di quelli di polizia:

1. Combattere la campagna mediatica volta a creare atteggiamenti razzisti e xenofobi nei confronti degli zingari, ma anche dell’immigrazione in generale.
2. Adottare efficaci politiche di sicurezza e chiudere i campi nomadi, in quanto ghetti e fonte di emarginazione ed illegalità, incentivando misure di vera accoglienza ed integrazione di queste comunità; i “campi nomadi” sono costosi, perpetuano le discriminazioni, ostacolano una reale integrazione. Sono anche una “zona grigia” di illegalità, su cui occorre che sia fatta luce, per tutelare in primo luogo i più deboli tra coloro che vi vivono.
3. Procedere ad un vero e completo censimento dei singoli e dei nuclei familiari di zingari presenti in Italia, come primo passo verso misure di integrazione diversificate ed efficaci;
4. Per i minori e i giovanissimi, nati e vissuti nelle baracche, occorre prevedere con coraggio e creatività opportunità di integrazione e anche di cittadinanza, capaci di rompere un circuito davvero infernale di sottrazione di futuro;
5. Ridurre i casi di espulsione solo per le persone che non hanno titolo o che hanno commesso reati legalmente comprovati; chi ha tale titolo, inoltre, deve essere trattato con rispetto e dignità. Prevenire le condizioni di emarginazione, miseria e criminalità sarà sempre più razionale e anche più economico che reprimerne gli esiti.
6. Occorre un’integrazione tra il livello europeo, quello nazionale, quello regionale e comunale: occorre evitare infatti che la sindrome del “non nel mio cortile”: i rom non sono immondizia.
7. Mantenere la memoria collettiva del Porajmos, anche incentivando la ricerca storica sui campi di concentramento costituiti dal governo italiano nel periodo fascista, un evento rimosso e colpevolmente dimenticato.
8. Incoraggiare la voce dei Rom e Sinti italiani, che ad oggi sono l’unica minoranza linguistica storica del nostro Paese a non godere di alcuna tutela: auspichiamo che sorga un’associazione rappresentativa della comunità zingara italiana.


Danielà Carlà
Giuseppe Casucci
Luca Cefisi
Piero Soldini
Rodolfo Ricci
Adriana Bernadotti - Sociologa - Buenos Aires
Antonella Dolci - Filef Stoccolma
Amelia Rossi - Filef - Buenos Aires
Guglielmo Bozzolini - Direettore ECAP - Zurigo
Francesco Calvanese - Docente Universitario - Salerno
Francesco Berrettini - Vice Presidente FILEF - Perugia
Cesare Novelli - Pres. Istituto Santi - Roma
Lucio Ricci - Presidente FILEF Abruzzo - Teramo
Alma Giraudo - Torino
Massimo Angrisano - Napoli
Rino Giuliani - Roma
Armando Ferrari - Inca CGIL Spagna - Barcellona
Alessandra Marrama - Modena
Andrea Amaro - Dipartimento Internazionale CGIL
Carlo Cartocci - Uff. Italiani all'Estero PRC
Filippo Miraglia - Responsabile Immigrazione ARCI
Nuccio Iovene
Sebastiano Sanna
Roberto Giardelli
Alfonso Severino
Rosaria Polizzi
Giuseppe Bea - Resp. Imigrazione Immigrazione CNA-EPASA
Laura Fedeli
Gianfranco Premuda - Montevideo (Uruguay)
Rosa Taschin - Ravenna
Giuseppe Petrucci - San Paolo del Brasile
Ivan Franzini
Antonio Peragine - Segr. FILE-CISAL Bari
Letizia Mogetta
Cesidio Celidonio - Coord. SD Svizzera - Basilea
Salvatore Augello - Segr. USEF - Palermo
Guglielmo Zanetta - SD Estero
Carmelo Giuseppe Nucera - Reggio Calabria
Giordano Bruno Venier - Circolo Gramsci Caracas (Venezuela)
Mario Pusceddu - Emigrato in Belgio nel 1951
Franca Gereffa - Dip. Sociologia Università della Calabria
Rene Hill - ALEF - Londra
Mirella Izzo - Pres.Nazionale Azione Trans
Maria Rosa Torriglia
Pilar Saravia - Associazione NO.DI
Fabiana Lepore
Ignazio Mazzoli - Veroli
Maria Maira
Ilaria Cicione - Formia
Franco Del Vecchio - ACLI/Cgie-Germania - Colonia
Luisa Di Gaetano - Roma
Rainer Kuckuk - Benano (TR)
Peter Nottebaum - Castelgiorgio (TR)
Avv. Arturo Salerni (Progetto Diritti)
Avv. Mario Angelelli (Servizio Legale Immigrati)
Marco Piantadosi - Asti
Maurella Carbone - Francoforte sul Meno - (Germania)
Donatella Barazzetti - Centro di Women's Studies "Milly Villa" - Dip. Sociologia Università della Calabria
Claudio Marsilii - SD Basilea (Svizzera)
Giuliana Cacciapuoti - Napoli
Giulio Guidetti - Università La Sapienza - Roma
Angelo Santamaria - Pres.L.Da Vinci - Seraing-Liegi (Belgio)
Mimma Di Marcantonio - Ecuvives - Caracas (Venezuela)
Maria Vitali-Volant - Dunkerque (Francia)
Raffaele Cicione - Insegnante Resp. Legambiente circolo " Barba di Giove" Formia
Antonia Lucilla Cicala - Inssegnante in pensione - Formia
Raul Rolando Rossi - FILEF Montevideo (Uruguay)
Lucilla Cicione - Studentessa - Formia
Antonella Zarantonello - Lonigo (VI)
Claudia Berton - Verona
Jorge Canifa Alves - Scrittore - Roma
Lara Facondi
Giulio Girardi - già docente di Filosofia politica - Roma
Francesca Gonzato - Verona
Roberto Beccaletto - Verona
Daniela Moretto - Milano
Maurizio Del Bufalo - Consulente Programmi Sviluppo Umano ONU
Anne Morelli - Professeure à l'U.L.B.- Bruxelles (Belgio)
Massimo Gonzato - Milano
Marianna Scapini - Verona
Gabriel Puricelli - LPP - Buenos Aires



(Aggiornamento alle ore 10.00 del 25 maggio)

Chi intende appoggiare questo appello può mandare la propria adesione a:
FIEI: fiei@fiei.org

martedì 29 aprile 2008

SINISTRA (dopo Roma): Discussione aperta a tutte/i. Stimolare l’emergere di una nuova classe dirigente per un progetto condiviso dei territori.

Non mi soffermo sull’analisi della sconfitta epocale della sinistra; non perché non ce ne sia bisogno (anzi è un obiettivo prioritario che occuperà i prossimi mesi e anni), ma perché credo che l’analisi e il progetto di ricostruzione a sinistra deve ripartire proprio dal metodo che si userà per percorrerli. Suggerisco una discussione aperta a tutti quelli che ne sono interessati: questo è infatti il primo confine da superare subito, cioè una discussione che non può rimanere chiusa dentro ciò che resta delle rappresentanze partitiche.

Il risultato della sinistra non è spiegabile se non in parte, con il bugiardo voto utile di Veltroni, e comunque non giustifica il tracollo. Il responso delle urne è impressionante.

C’è bisogno di sinistra? Direi che neanche coloro che hanno militato per decenni nella sinistra possono essere convinti con argomenti nominalistici o simbolici. C’è bisogno di risposta convincente ad una infinità di situazioni, di problemi, di domande parcellizzate e a prima vista contraddittorie che emergono dai territori e che si congiungono -questo è molto importante- a dinamiche globali.
All’aumento della parcellizzazione degli interessi e delle spinte ideali e valoriali, ci troviamo, paradossalmente, ad una semplificazione categorica e mirata del quadro politico, che oggi propone solo due varianti solo parzialmente antitetiche, più spesso contigue e comunque entrambi accessorie a ciò che, sopra di loro, comanda, letteralmente “impera” secondo la nuova dogmatica del mercato globale e delle sue dinamiche “indipendenti e naturali”.

Questa paralisi evidente del sociale e del politico rispetto all’economico, è, io penso, uno dei motivi principali del risultato elettorale italiano che, in mancanza di alternative credibili, riconosce prevalente possibilità di incidere sul quadro dato, a quei soggetti politici che lavorano ad una sorta di autodifesa verso tutto ciò che sembra mettere in discussione il posticcio e provvisorio benessere –scarso e solo materiale- a cui i 40 anni dopo il ‘68 ci hanno abituati.
Dietro la vittoria delle destre c’è cioè il sentimento del crollo incipiente, della grande crisi che si avvicina, e quindi dei nemici che si moltiplicano come in un turbine di fantasmi che attaccano il quotidiano: Cina, Immigrazione, Stato fiscale, ecc.
Ma, paradossalmente, la vittoria delle destre -completa dopo il risultato di Roma-, mostra la voglia di un ritorno in grande stile allo Stato (nazionale) visto come estremo difensore degli interessi/privilegi acquisiti negli ultimi decenni: Stato che deve difendere gli interessi dei piccoli/medi produttori, della massa di lavoratori/consumatori, della massa dei timorosi che hanno il terrore di “perdere” uno status identitario (sociale, culturale, nazionale) che in effetti non c’è –è del tutto posticcio-, ma c’è in quanto riprodotto quotidianamente ed egemonicamente da un enorme apparato di propaganda.

Se la sinistra è interessata a combattere e a vincere contro questa enorme sfera sovrastrutturale che letteralmente protegge e nasconde il nucleo del problema, alimentata da un complesso mediatico costruito ad hoc, è obbligata a fare una sua rivoluzione interna. Che consiste innanzitutto nel riconoscimento della impossibilità della semplificazione: questo vuol dire in estrema sintesi “sinistra plurale”. Cioè riconoscimento della pluralità di condizioni, di problemi e prospettive di lettura individuali e di gruppi sociali. E quindi, riconoscimento della ricchezza sociale presente che deve avere voce e pari opportunità di espressione e di uditorio.

Ovvio che le nuove classi dirigenti della sinistra non possono essere semplici somme di poche presunte entità identitarie, che nell’immaginario delle persone valgono come gli altri innumerevoli altri gruppi o lobbies che si muovono a livello sociale e a cui, proprio per ciò, non viene riconosciuta più capacità di rappresentanza. Questo significa “la Casta”.

Intanto, quindi, le future classi dirigenti, devono essere plurali e aperte ad un interno proliferare di competenze e di saperi, politici e non. Tanto aperte cioè, quanta è ampia la capacità del cosiddetto mercato, di produrre merci personalizzate che soddisfano la varietà (tutta costruita dal marketing) dei consumatori, ovvero delle “macchine desideranti” e non dei “puri soggetti razionali” che costituivano il mondo della politica nel ‘900.

Tanto aperte –per ciò che riguarda la sinistra- quanto è ampia la capacità dei singoli soggetti e persone di produrre direttamente la propria condizione di sopravvivenza e di vita (ciò che avviene spesso al di là e contro la politica).

Tutto ciò si misura nel globale (e tanti segni sono già presenti, come l’emergere dei paesi in via di sviluppo e quello di interi continenti, come l’America Latina, ben oltre una rinsecchita sinistra europea, che mostra le poche novità solo dove è in grado di andare oltre le proprie tradizioni storiche come in Germania) e si misura nel locale, ove i modelli di assetto e di sviluppo dei territori non possono essere copiati o mutuati per forza da altri modelli solo per il fatto di aggettivarsi come moderni (fatto che si è ripetuto e si continua a ripetere anche a sinistra) a discapito dell’effettiva vivibilità e di opportunità occupazionali nuove per le quali necessita però una potente capacità di progettazione e di messa in gioco di ogni variabile o fattore/soggetto produttivo. Rapporto PIL-Ambiente-Beni comuni…

Non si vede proprio alcuna necessità e interesse di continuare in una gestione del coeso tran-tran istituzional-clientelare che ha contraddistinto molti anni di azione a sinistra anche in vaste zone del Centro Italia, che, anche se ha ottenuto storicamente risultati significativi, corre oramai il rischio di essere interpretato sempre più frequentemente sotto la categoria della casta.

Ma cosa può unificare questa auspicabile pluralità di letture e di intenti che può diventare nuova classe dirigente ? C’è una semplice considerazione che ha mobilitato milioni di persone in tutto il mondo negli ultimi 10 anni (e prima): che un mondo migliore è possibile e necessario. E ciò da solo può differenziare la sinistra da tutti quelli che immaginano che questo mondo vada o mantenuto così com’è, o solo amministrato e regolato un po’ meglio. Ma l’altra condizione indispensabile è che il sistema di rappresentanza sia sempre più implementato da forme di ampia e diffusa partecipazione e confronto al di là del momento del voto.

Le enormi contraddizioni che abbiamo di fronte, il crollo del capitale finanziario e della miseria del pensiero unico neoliberista in tanti paesi dalla fine degli anni ’90 fino al 2002, ma ora anche nelle roccaforti della nuova finanza (Uk e USA), dimostrano –come al solito- che in Italia arriviamo con diversi decenni di ritardo all’appuntamento con la storia, o che, peggio, siamo un paese in cui strutturalmente convivono “la borghesia più ignorante d’Europa” come diceva Pasolini/Orson Wells ne “La ricotta”, insieme ai presupposti permanenti di regressioni razziste e fasciste causate dall’impotenza della politica nostrana e dall’incapacità di far emergere una nuova interpretazione, egemonica in quanto condivisa, della fase storica che attraversiamo.

Ed è davvero sorprendente che la nostra capacità di analisi sociale e politica, che per decenni è stata un riferimento per molti nel mondo intero, sia oggi un sbiaditissima immagine di ciò che fu. Soprattutto perché proprio ora, come già accennato, la insostenibilità delle condizioni globali comporterebbero la possibilità di un ritorno alla Politica e allo Stato da sinistra e non, viceversa, da destra, come è accaduto e sta accadendo con gli eventi dell’Aprile 2008.
Tremonti, vero cervello del nuovo governo di Berlusconi, interpreta questa straordinaria novità (fatta di neoprotezionismo e di critica allo status-quo con accenti no-global), e indica in fin dei conti, il ritorno della politica sulla scena. Una politica ed uno Stato che si intenderanno tendenzialmente autoritari, come accade in ogni situazione di crisi, poiché le condizioni straordinarie lo richiedono. Lasciamo ai volenterosi la possibilità di confrontare gli esiti che ebbe la grande crisi del 1929 nei diversi paesi e nel nostro, in particolare.

Abbiamo parlato di Sinistra, ma pare più che ovvio che queste riflessioni riguardino in tutto e per tutto quella debole entità, nata post-matura, che si chiama Partito Democratico, almeno quella parte di classe dirigente di questo partito più attenta alla concretezza delle questioni che alle alchimie costituzionali o di semplificazione del quadro della rappresentanza: il quale potrebbe ulteriormente semplificarsi anche in direzioni non gradite…

C’è quindi molto da capire e da ri-studiare. C’è molto da lavorare, insieme. E’ del tutto chiaro che a questa discussione debbano partecipare tutti, compresi coloro che sono stati bocciati dal risultato elettorale nella loro qualità di dirigenti. Ma essi non hanno titolo adeguato per dirigerla, o orientarla.

La scarsa abitudine e volontà di coltivare le migliori piante, fa sì che il territorio venga talvolta colonizzato dall’erba gramigna, o, se dice male, diventa un deserto.
Per questo la varietà, la libera relazione e il confronto tra le “macchine desideranti” è uno dei beni comuni principali. Da tutelare e da coltivare. Siccome c’è solo un anno per la prima raccolta utile, la nuova semina deve cominciare subito.


Rodolfo Ricci

domenica 27 aprile 2008

SINISTRA ARCOBALENO EUROPA: "Si faccia chiarezza sui brogli elettorali all'estero"

COMUNICATO STAMPA

Nel voto degli italiani in Europa si sono verificati casi di broglio, oggetto attualmente di indagini da parte della magistratura italiana. Di tali gravi brogli hanno ampiamente riferito anche i telegiornali svizzeri di mercoledì 16 aprile. Si tratta di manipolazioni, o meglio della sostituzione di migliaia di schede di voto, che hanno gravemente falsato il risultato elettorale, soprattutto per ciò che riguarda i partiti minori e le preferenze dei singoli candidati. Solo il tempestivo intervento dei rappresentanti di lista, in particolare della Sinistra-l'Arcobaleno, e l’accortezza di alcuni presidenti di seggio hanno impedito che il broglio assumesse dimensioni tali da alterare il risultato complessivo del voto e quindi l’assegnazione dei seggi alla Camera dei deputati.

Nello scrutinio del voto in Svizzera, in particolare nelle circoscrizioni consolari di Basilea, Ginevra, Berna, Lugano, e in misura minore anche San Gallo e Zurigo, sono state introdotte migliaia di schede di colore diverso dalle altre, su materiale cartaceo di minore consistenza, indicanti l’espressione di voto al partito dell’UDC (Unione Democratica di Centro per Casini Presidente) e con la preferenza a candidati dell’UDC in Svizzera: Cascioli e Poggia nei seggi di Ginevra, Bulla in tutti gli altri seggi. Era altresì evidente che le preferenze fossero scritte con grafia seriale. Questo è quanto è stato riscontrato nello spoglio delle schede attualmente ancora all’esame da parte della Corte di appello, che verranno trasmesse alla magistratura. Resta comunque anche il sospetto su numerose altre schede con la medesima indicazione di voto e di preferenza, giudicate regolari o provvisoriamente assegnate, che dovranno comunque essere vagliate dalle Giunte di Senato e Camera. Il broglio, unitamente ad altri clamorosi disguidi organizzativi, pone interrogativi urgenti in ordine alle misure messe in atto dalle autorità consolari in Svizzera per garantire la regolarità del voto per corrispondenza. Le domande riguardano in particolare le modalità di invio dei plichi, una precisa informazione circa la scelta delle tipografie addette alla stampa delle schede, il numero, la destinazione e la registrazione dei plichi non recapitati. Esse riguardano anche la gestione degli uffici elettorali e del personale che vi era impiegato nei giorni del voto, nonché le garanzie di custodia delle schede votate, rispedite ai consolati.

Come rappresentanti e candidati della Sinistra-l’Arcobaleno non cerchiamo scusanti circa la sconfitta politica che abbiamo subito. Ci sentiamo comunque particolarmente danneggiati dal broglio messo in atto in Svizzera. Per questo, oltre ad affidarci all’indagine della magistratura, chiediamo alle autorità consolari e agli organismi di rappresentanza della comunità italiana di prendere posizione sulla vicenda e di adoperarsi per fare luce su questa grave manipolazione. Solo un immediato chiarimento sulla vicenda può restituire credibilità ad un momento di democrazia come il voto degli italiani all’estero.

I candidati della lista “la Sinistra-l’Arcobaleno” in Europa:

Arnold Cassola, Guglielmo Bozzolini, Marisa Corazzol, Cesidio Celidonio, Pietro Benedetti, Massimo Chindamo, Alessandro Valera, Gianfranco Rizzuti, Fabio Palma, Angelo Saracini, Rodolfo Amadeo, Ezio D'Orazio.

sabato 26 aprile 2008

Il voto a sinistra nella Circoscrizione Estero

EUROPA

I risultati del voto all’estero forniscono un quadro di polarizzazione PD/PDL analogo a quello italiano, seppure in misura diversa tra le diverse aree continentali e con l’eccezione non secondaria del Sud America, dove le liste associative vincono (Lista Merlo) o comunque riscuotono importanti performance (Lista Pallaro). Complessivamente, rispetto al 2006, il PDL ottiene 2 senatori in più sottratti al PD (Ma nel 2006 l’intero Centro-sinistra si presentava come Unione). Non si deve sottovalutare il dato per il quale in molti paesi e, a livello continentale in Europa, il voto alle forze di sinistra (Sinistra Arcobaleno e Partito Socialista) risulta notevolmente al di sopra della media italiana, anche se obiettivamente al di sotto delle aspettative.
In Europa la media percentuale di SinArc è di 4.19%, con 21.195 voti. Qui SinArc risulta essere il quinto partito, dopo PD, PDL, IDV, UDC. Bisogna tener presente che in questa circoscrizione si è assistito ad un tentativo parzialmente riuscito di broglio elettorale a favore dell’UDC, broglio già in parte smascherato all’atto dello spoglio a Castelnuovo di Porto e confermato dall’esclusione di circa 4.000 schede, “provvisoriamente non assegnate” da parte di una quindicina di attenti presidenti di seggio, che la Corte di Appello di Roma ha ritenuto chiaramente manipolate escludendole dal computo. Ciò ha riguardato in maniera preponderante i seggi della Svizzera, dove l’UDC risulta conseguire un risultato percentuale mediamente quasi doppio a quello avuto negli altri paesi europei e non risultano condizioni di insediamento sufficienti spiegare questo risultato.
E’ altamente probabile, infatti (e saranno la Procura della Repubblica di Roma a cui sono arrivate diverse denunce e le Giunte di Camera e Senato a dover sciogliere definitivamente il dubbio), che mentre 15 seggi o giù di lì, sono riusciti a rilevare l’anomalia, molte altre decine abbiano assegnato, anche provvisoriamente molti voti manifestamente seriali e con le stesse preferenze, attribuite a questo partito. I voti “assegnati provvisoriamente” purtroppo, non vanno alla verifica della Corte di Appello che potrebbe subito modificare il giudizio, ma solo alla Giunta di Camera e Senato che, notoriamente, decide –quando decide- con tempi lunghissimi. Significa che nel caso della Svizzera (qualcuno ritiene anche del sud della Germania), le percentuali corrette dell’UDC sarebbero dovute essere intorno alla metà di quanto sulla carta ha al momento acquisito.
Non è poca cosa: si tratterebbe infatti di oltre 6.000 voti in più che pongono attualmente l’UDC al quarto posto in Svizzera, che invece spetterebbe certamente a SinArc.
Siccome con grande probabilità si tratta di vere e proprie sostituzioni di schede, l’intera ripartizione percentuale dei voti ne risulta gravemente compromessa: a rigore, tutti gli altri partiti dovrebbero avere conseguito una percentuale maggiore di quella ad oggi pubblicata, mentre quella dell’UDC dovrebbe essere la metà di quella presente nei dati del Ministero degli Interni. Se poi, la sostituzione fosse stata fatta sulle schede di partiti concorrenti per l’acquisizione dell’ultimo dei seggi disponibili in Europea, è proprio Sinistra Arcobaleno (e il PS) che avrebbe ricevuto il danno maggiore da questa falsificazione.
Ciò è verosimile, visto che IDV –altro partito concorrente per il 5° e 6° seggio- riscuote, in Svizzera, una percentuale di voti superiore alla media europea e quindi, non sembrerebbe toccata dalla manipolazione.
Ciò che è certo è che anche in Svizzera, SinArc, analogamente alla media europea, al netto della falsificazione, sarebbe il quarto partito.
Riepilogando il risultato –ufficiale- nei tradizionali paesi di emigrazione europei, abbiamo:
Svizzera, di cui si è già parlato, con un risultato ufficiale di 5.211 voti (3.4%), ma a cui secondo quanto sopra esposto si dovrebbero aggiungere almeno un migliaio di voti che porterebbero la percentuale tra il 4% e il 4.5% circa. (La valutazione è anche relativa al fatto che le circoscrizioni maggiormente interessate dal fenomeno del broglio sono state Ginevra, Lugano, ma in particolare Basilea , ove erano impegnati nostri candidati di punta; la sostituzione delle schede avrebbe quindi influito percentualmente in maniera specifica sui nostri voti).
Germania, con 4.453 voti pari al 3.5%. Francia con 3.729 voti, pari al 4.75%. Belgio con 2.277 voti, pari al 4.68%. Lussemburgo, con 229 voti, pari al 3.97%.
Risultano buoni i risultati del Regno Unito (1.915 voti) dove SinArc è quarta con il (4,81%), e della Spagna (1.056 voti) dove è quarta con il (6,4%).
Una valutazione comparata delle percentuali tra i paesi di più grande emigrazione e di quelli medio-piccoli più la Spagna denota che in questi ultimi la percentuale è significativamente più elevata: 6.92% contro 4.18%.
Ciò è importante da sottolineare perché nei paesi minori il voto è, per così dire, più libero e meno orientato o mediato dalle strutture sociali tradizionali (patronati, associazioni, ecc.), che storicamente fanno riferimento alle forze politiche tradizionali che compongono il PD o il PDL.
Questi i dati dei paesi medio-piccoli: in Austria (340 voti) SinArc è terza con il (7,5%); in Croazia (183 voti) è quarta (4,9%); in Danimarca (108 voti) è quarta con il (9.2%); in Finlandia (46 voti) è quarta, con il (7,5%); in Grecia (348 voti) è terza con il (11.5%); in Irlanda (103 voti) è quarta con il (6,8%); in Norvegia (62 voti) è terza con il (9.4%); in Olanda (409 voti) è quarta con il (5,6%); in Portogallo (56 voti) è terza con il (5.5%); nella Rep. Ceca (48 voti) è terza con il (7.4%); in Slovenia (71 voti) è terza con il (7,0%); in Svezia (152) è quarta con il (6,9%).
Nel loro complesso questi paesi portano a SinArc 1.926 voti, con una percentuale complessiva del 7.45% su circa 25.800 voti espressi. Dopo Germania, Francia, Svizzera, Belgio, Regno Unito, il complesso di questi paesi supera per entità la Spagna che è il settimo paese per importanza in Europa.
Per quanto riguarda poi l’aspettativa e le attese del voto di sinistra, si deve anche tener presente che in Europea era presente Sinistra Critica, che mediamente ha conseguito il 1.17% con 5.973 voti.
Sommando il risultato di SinArc e Sinistra Critica, il risultato continentale sarebbe pari al 5.36% dei voti.
Altra considerazione da fare è relativa al risultato del Partito Socialista (16.118 voti complessivi che valgono il 3.17%) e che ottiene significative affermazioni in Francia dove risulta il terzo partito con 6.793 voti (8.7%), Belgio, dove è il quarto partito con 3.311 voti (6,8%) e Spagna, dove è terzo con 1.150 voti (6.95%).
Sommando anche la presenza del PS, il complesso delle forze di sinistra in Europa in queste elezioni vale l’ 8.5% con circa 43.000 voti, superiore ai 41.500 voti dell’IDV (8,18%).
Un ipotetica aggregazione di tutte le forze della sinistra avrebbe acquisito il 5° seggio.

AMERICA LATINA

In questo continente il voto è servito a verificare la consistenza del nucleo della sinistra dentro la collettività italiana, che fino ad oggi risultava molto incerto. Per molti versi continua ad essere difficile, avere un’idea delle potenzialità, che però, sono certamente superiori al risultato ottenuto, in quanto esso è stato conseguito essenzialmente sulla base dell’attività di nuclei organizzati solo nelle realtà di Caracas, Rio de Janeiro, Montevideo, Cordoba e Rosario. (Questo è un discorso che riguarda anche l’Europa, ma in forma molto minore). Minima la presenza organizzata a Buenos Aires, del tutto assente nelle altre grandi circoscrizioni argentine come Mendoza, Moron, Mar del Plata, La Plata, Lomas de Zamora, Bahia Blanca, ed altrettanto nelle grandi circoscrizioni di San Paolo del Brasile, Porto Alegre e Curitiba (Brasile), così come anche nei paesi minori (Cile, Perù, Colombia, Equador e Bolivia).
Rispetto a quanto accennato, non si può definire negativo, un risultato di circa il 2% (per la precisione 1,92% con 7.058 voti), perché ottenuto esclusivamente nelle poche circoscrizioni indicate (Rio, Caracas, Montevideo, Cordoba e solo parzialmente Buenos Aires). Bisognerà attendere il dato ripartito nelle singole circoscrizioni per avere la conferma di questa interpretazione e un’idea più precisa delle potenzialità, ad oggi desumibili solo dalla Circoscrizione di Montevideo (che equivale all’intero Uruguay), dove il risultato è stato di 1.210 voti, con una percentuale di 4.35%, analoga a quella dei migliori grandi paesi europei. L’Uruguay è infatti l’unico paese in cui si può dire che esista un parziale insediamento organizzativo da qualche anno con legami strutturati con le tradizionali realtà associative.
In questa ripartizione il PS ha ottenuto un risultato medio di tutto rispetto: il 3.8% (14.014 voti), pur valendo anche in questo caso, le considerazioni su uno scarso insediamento organizzativo e pochi legami con le organizzazioni di mediazione sociale esistenti.
Come anche per i paesi indicati in Europa (Francia, Belgio, Spagna), il discreto risultato del PS è da addebitare anche all’analogia e al richiamo costituito dal nome e del simbolo del partito socialista, presente, pur in misura e forme differenziate anche in diversi paesi sud-americani.
Un’ultima considerazione riguarda anche qui il tentativo di broglio attuato a favore del PDL, che probabilmente spiega l’abnorme aumento dei voti di questo partito, in particolare nelle circoscrizioni di Buenos Aires e di Caracas. Il risultato dà al PDL 88.000 voti circa, pari al 22%, alla Camera, mentre al Senato, dove era presente il discusso candidato Esteban Caselli, il PDL supera i 98.000 voti con il 29%.
Il dato è ancora più chiaro analizzando i risultati dell’Argentina e del Venezuela: in Argentina, il differenziale tra i voti avuti alla Camera (42.696 pari al 18.85%) e al Senato (58.859 pari al 29%), mentre in Venezuela i risultati del PDL sono intorno al 70% sia alla Camera che al Senato, un dato difficilmente spiegabile solo con il tradizionale orientamento a destra di gran parte degli italiani che vivono in questo paese o con la presenza di candidati molto conosciuti come Collevecchio e De Martino.
E’ noto che Buenos Aires e Caracas sono assurte agli onori della cronaca per la scoperta a Buenos Aires di 150.000 buste stampate in più rispetto al necessario nella tipografia Androni alla quale era stata commissionata la stampa delle schede e dei plichi, e per l’indagine in corso sui contatti tra responsabili del PDL (Dell’Utri e Barbara Contini) e l’imprenditore Aldo Miccichè, legato alla costa dei Piromalli che, secondo le cronache si era offerto di aiutare il PDL in Venezuela.
Quando avremo i riepiloghi dei voti per singole circoscrizioni consolari, anche qui se ne potranno inferire o meno conferme alla possibilità di broglio, la quale non ha avuto manifestazioni eclatanti come per l’Europa, durante lo spoglio, anche forse per il fatto che la dislocazione dei rappresentanti di lista dei partiti di centrosinistra e di sinistra erano concentrati sull’Europa e in ogni caso in misura incredibilmente inferiore: 1.600 persone presidiavano i 1.200 seggi per il PDL e solo 140 per il PD e circa 50 per la Sinistra l’Arcobaleno.
Alla Corte di Appello di Roma, sono giunti infatti pochi plichi con voti e preferenze “provvisoriamente non assegnate” (comunque per qualche migliaio di voti), tutte con preferenze seriali per Esteban Caselli.

AFRICA, ASIA, OCEANIA

Nella Circoscrizione Africa, Asia, Oceania, utilizzando i dati del Senato, (non era presente alla Camera), SinArc prende il 3.61%, (1.733 voti); Il PS il 2,33%, (1.122 voti).
Anche in questo caso si può parlare di un risultato analogo a quello europeo, superiore, percentualmente, a quello di Svizzera o di Germania.
Anche per questa circoscrizione il dato costituisce elemento di stima e proiezione ed è stato acquisito con una lista presentata grazie alla disponibilità di pochi compagni che hanno accettato di candidarsi senza contare su un reale supporto organizzativo.


Alcune considerazioni finali per un “nuovo inizio”

Quanto illustrato consente di proporre alcune parziali considerazioni che necessitano di essere precisate e approfondite ove si intenda, come auspicabile, percorrere un vero progetto organizzativo della sinistra italiana all’estero in grado di svolgere un ruolo in occasione delle prossime consultazioni (Comites, CGIE) fino alle prossime consultazioni elettorali.
C’è da sottolineare che Sinistra Arcobaleno, era certamente la lista più svantaggiata rispetto alle altre del centro sinistra (PD e PS), sia rispetto alla presenza storica organizzata all’estero, che rispetto alla interlocuzione con le realtà associative e patronali, ed infine rispetto alla possibilità di far conoscere in brevissimo tempo, il proprio nuovo simbolo e programma. Mentre le altre formazioni vantano una presenza decennale o direttamente o mediata dalle strutture associative che si richiamano idealmente alle componenti DS, Margherita, PS, la Sinistra l’Arcobaleno è partita davvero da zero da tutti i punti di vista.
C’è da presumere che l’elettorato che ha optato per SinArc, sia costituito da persone informate e che seguono la realtà italiana in misura molto più grande, percentualmente, rispetto alle altre forze politiche, ove l’orientamento del voto ha percorso e percorre anche altri canali di orientamento delle strutture sociali intermedie.
Sul piano della comunicazione mediatica, inoltre, la visibilità di SinArc è stata indubbiamente di gran lunga inferiore rispetto a ciò di cui hanno potuto disporre PDL e PD, sia sui canali nazionali che privati (tutti visibili in Europa) sia su Rai International. Il sostegno fornito a singoli candidati provenienti da strutture sindacali, patronali o delle Camere di Commercio o di grosse federazioni associative locali (come in Sud America), non è minimamente paragonabile a quella fornita ai singoli candidati di SinArc. Lo stesso valga per il sostegno finanziario fornito dall’Italia e alla campagna di informazione del mailing inviato dall’Italia, molto al di sotto delle necessità sia quantitativamente, sia nella tempistica.
Per molti paesi (i paesi minori dell’Europa e grande parte dell’America Latina), l’unico materiale veicolato è giunto per mailing elettronico oppure, ma non dovunque, attraverso i redazionali concisi e limitati dei pochi giornali italiani che hanno fatto un minimo di informazione elettorale.
La brevità della campagna elettorale e le scarse risorse finanziarie messe a disposizione da SinArc e dai singoli partiti che ne facevano parte, ha infine ridotto la possibilità di movimento dei candidati e le opportunità di organizzare iniziative sensibili con la partecipazione di leader o sostenitori italiani, contrariamente a quanto è avvenuto per gli altri grandi partiti.
I tempi ridotti hanno anche impedito un’operazione di coordinamento tra i singoli candidati e il superamento di una certa logica di schieramento che ha portato le diverse forze politiche del cartello ad operare privilegiando il lavoro di acquisizione della preferenza per i propri candidati (soprattutto in Europa), dimenticando che lo sforzo essenziale da fare era quello di puntare al voto di lista per raggiungere il quoziente necessario.
In questo caso si sono aggiunte logiche di frammentazione e la sottovalutazione del fatto che il consistente ammontare di preferenze ottenute nel 2006 da alcuni candidati della sinistra nelle liste dell’Unione, derivavano da incroci ed accordi trasversali tra singoli candidati e non dimostravano una effettiva consistenza della nuova lista di sinistra.
La somma di tutte queste variabili è funzione del risultato ottenuto.
Tutt’altre sono le potenzialità di una lista di sinistra che si muova con logiche coerenti e solidità organizzativa e di obiettivi; esse sono nettamente superiori a quanto ottenuto: da due o tre volte tanto.
Ovviamente a condizione che esista volontà politica, capacità di analisi condivisa e comuni finalità delle diverse componenti territoriali e ideali. Anche a prescindere da eventuali involuzioni del processo di riunificazione e di rilancio di un sinistra plurale. In questo caso, infatti, l’estero dovrebbe far sentire la propria voce.

Sinistra Arcobaleno Estero

sabato 12 aprile 2008

COME SEGUIRE I RISULTATI DELLE ELEZIONI 2008


Le pagine dei risultati elettorali del Ministero dell'Interno

Alla chiusura dei seggi, lunedì 14 alle 15.00, cominceranno ad affluire i dati degli scrutinii che saranno consultabili in diretta sulle pagine allestite dal Viminale.
Puoi trovare queste pagine agli indirizzi:

http://politiche2008.interno.it
e
http://amministrative2008.interno.it

VOTO ALL'ESTERO: La 'ndrangheta su 50mila voti in America Latina. Dell'Utri: non ho alcun avviso

Dalla Farnesina i dati sulla partecipazione al voto degli italiani all’estero


Mentre il numero degli aventi diritto sfiora i tre milioni si registra un leggero calo dell’affluenza che interessa tre ripartizioni su quattro. Cresce la voglia di voto in Argentina e Brasile
Danieli: “I dati sull’affluenza al voto sono sostanzialmente in linea con quelli del 2006”. Benedetti: “La macchina elettorale ha funzionato bene. Poche le disfunzioni su cui non bisogna fare allarmismo”

ROMA - Dai dati statistici sulla partecipazione al voto, presentati alla Farnesina dal vice ministro degli Esteri Franco Danieli e dal direttore generale del Mae per gli Italiani all’Estero Adriano Benedetti (vedi link), è emerso come in questa tornata elettorale, nonostante il netto aumento degli aventi diritto al voto della circoscrizione Estero (2.924.202 quest’anno contro i 2.707.988 del 2006), si sia registrata una leggera flessione della partecipazione dei nostri connazionali. La percentuale dei votanti sui plichi inviati è infatti passata dal 42,07% del 2006 al 41,66% di quest’anno, per un totale complessivo di 1.204.720 schede votate. Nel 2006 i voti erano invece stati 1.135.617.

In calo anche la percentuale dei votanti sui plichi effettivamente recapitati che si attesta al 44,88%. In diminuzione, ma questa volta il dato è confortante, anche i plichi elettorali restituiti ai consolati per mancata consegna che si fermano a quota 7,18%, contro il 9,20% registrato due anni fa. Per quanto riguarda le varie aree della circoscrizione Estero la percentuale dei votanti cala nelle ripartizioni Africa-Asia-Oceania-Antartide (dal 42,12% del 2006 al 39,36% di quest’anno), America Settentrionale e Centrale (dal 37,30 a 36,24%) e Europa (dal 38,44 al 36,65 %), mentre aumenta in America Meridionale dove l’affluenza sia attesta al 58,53% rispetto al 51,81% registrato nel 2006.

La percentuale dei votanti, in particolare, aumenta in Argentina, dove hanno rispedito i plichi il 63,04% degli aventi diritto al voto (nel 2006 era al 56,33%) e in Brasile che ha registrato una partecipazione del 47,30% rispetto al 45,28% di due anni fa. In calo invece l’affluenza dei nostri connazionali residenti in Venezuela (dal 49,98% del 2006 al 37,81% di quest’anno) e in Uruguay (dal 63,49% al 54,50%). Da segnalare anche una cerca flessione dei votanti in Australia, circa il 4% in meno, e nei grandi paesi di residenza europei come la Germania (da 35,80% a 33,34%) e la Svizzera (dal 50,45% al 47,32%). Cresce invece l’adesione al voto in Francia che si attesta al 30,83% contro il 30,33% del 2006.

Per quanto riguarda invece gli elettori temporaneamente all’estero la quota dei votanti è del 96,51% per un totale di 14.827 suffragi. Di questi 11.229 sono stati espressi da militari italiani in missione all’estero, mentre gli altri voti conteggiati appartengono al personale del Mae e delle altre amministrazioni statali che operano nel mondo, nonché a professori e ricercatori universitari all’estero.

“I dati sull’affluenza al voto dei nostri connazionali nel mondo- ha detto il vice ministro degli Esteri Franco Danieli - sono, nonostante una lievissima flessione, sostanzialmente in linea con quelli del 2006”.

Danieli ha posto in evidenza come rispetto al 2006, a conferma dell’ottimo lavoro di bonifica e allineamento svolto negli ultimi due anni sull’anagrafe consolare e sull’Aire, il numero degli aventi diritto al voto all’estero sia aumentato di circa 200.000 unità e la percentuale dei plichi restituiti ai consolati per mancata consegna abbia subito un calo di due punti percentuale. Secondo Danieli l’aumento dei votanti in Argentina è probabilmente dovuto alla proliferazione di liste e alla vivacità della campagna elettorale svoltasi in quel paese, mentre la crescita dell’affluenza registrata in Brasile fuga i dubbi sul regolare svolgimento del voto, sollevati in questo paese a causa di un improvviso sciopero delle poste.

“Lo Stato deve valutare e intervenire - ha proseguito Danieli sottolineando la necessità di affrontare con decisione ogni episodio che disturbi il regolare esercizio del voto all’estero - qualora eventuali elementi di anomalia venissero riscontrati. Noi abbiamo attivato i consolati affinché controllassero le complesse procedure di preparazione della stampa e spedizione dei plichi. Il personale consolare si è mosso in tempi ristretti garantendo controlli, 24 ore su 24, presso le tipografie e gli istituti di spedizione postale coinvolti nella macchina elettorale. Vi sono stati pochi disguidi – ha aggiunto il vice ministro - ma le anomalie sono state denunciate all’autorità giudiziaria, tutto il resto è gossip, sentito dire e strumentalità”.

Dopo aver auspicato una rapida correzione da parte del nuovo Parlamento dei problemi tecnici insiti nelle legge Tremaglia per il voto all’estero, Danieli si è detto soddisfatto della prova data in questa occasione dal Ministero degli Affari Esteri e dalla rete consolare già stressata da molteplici attribuzioni e responsabilità. Il vice ministro ha infine ricordato che a Castelnuovo di Porto saranno operativi da lunedì, per lo scrutinio del voto degli italiani nel mondo, 1.200 seggi, di cui 617 per l’Europa, 389 per l’America Meridionale, 114 per l’America Settentrionale e Centrale e 80 per la ripartizione Africa, Asia e Oceania.

Ogni seggio avrà mediamente 2800 elettori e quindi, visto che l’affluenza alle urne è intorno al 40%, circa 1200 schede.

Il direttore generale per gli Italiani all’Estero, ambasciatore Adriano Benedetti, ha ricordato sia lo sforzo compiuto dal Mae e dalla rete consolare per approntare la complessa macchina elettorale, sia l’importante creazione, da parte dei consoli delle varie ripartizioni, di gruppi informali di contatto composti dai candidati locali, dai rappresentanti delle liste e dagli esponenti dei Comites e del Cgie. Una soluzione che ha accresciuto la trasparenza e migliorato il funzionamento della macchina elettorale.

“In relazione alle voci degli organi di stampa su eventuali disfunzioni nell’esercizio del voto all’estero - ha affermato Benedetti dopo aver ribadito il buon funzionamento della macchina elettorale - ricordo che vi sono state solo sei segnalazioni alla Procura della Repubblica di Roma. Due per gli Stati Uniti, due per l’America Latina e due per l’Europa. Non vi è quindi bisogno di fare allarmismo”.

Benedetti ha poi risposto alle domande dei giornalisti sul presunto tentativo di compravendita di schede elettorali in America Latina rilevato dalla Procura di Reggio Calabria “Noi siamo stati informati dal ministero dell’Interno - ha spiegato il direttore generale - di questo progetto che risulta da probabili intercettazioni. Non abbiamo nessuna indicazione circa la effettiva realizzabilità di uno schema di questo tipo. Comunque, a seguito della tempestiva indicazione del Viminale siamo nuovamente intervenuti presso tutta la rete consolare e con particolare attenzione sugli uffici dell’America Latina rinnovando, in maniera puntuale e precisa, tutte le istruzioni che avevamo già inviato prima della partenza dell’esercizio elettorale. Abbiamo quindi ribadito la disposizione che prevede di conservare, sia i plichi restituiti dagli elettori che quelli tornati indietro per mancata consegna, in spazi di assoluta sicurezza e di consentire l’accesso al materiale elettorale ai soli dipendenti dei consolati preposti a tale compito”.

(Goffredo Morgia - Inform/Eminotizie)

venerdì 4 aprile 2008

APPELLO AL VOTO PER LA SINISTRA L’ARCOBALENO e per GIANFRANCO RIZZUTI


Noi sosteniamo le liste de “La Sinistra, l’Arcobaleno e vi invitiamo, nella ripartizione Europa, a votare Gianfranco Rizzuti, candidato alla Camera dei deputati, per 5 buone ragioni.

Perché, il voto per la Sinistra l’Arcobaleno è un voto di speranza: per una sinistra capace di rigenerare se stessa, il suo modo di essere e di agire, i suoi progetti in Italia ed in Europa, ridare forza e voce al bisogno e desiderio di Pace, ai diritti, ai bisogni, alle speranze di chi vive del proprio lavoro e di chi vuole un mondo più giusto, rispettoso, dell’ambiente, degli uomini e delle donne di ogni Paese, della loro libertà di muoversi e costruirsi un avvenire dovunque vogliano e possano, sottratto all’incubo della precarietà e di una vecchiaia indigente.

Perché Gianfranco Rizzuti, da 20 anni emigrato in Germania, rappresenta concretamente, con la sua storia, questa speranza e questa volontà, essendosi sempre distinto, in un grande ma non facile Paese Europeo, per il suo impegno nel sociale per il riconoscimento dei diritti e la difesa della dignità degli emigrati italiani e dei migranti di ogni Paese.

Perché si è sempre battuto contro le politiche della ghettizzazione nelle proprie comunità e per un inserimento paritario e rispettoso della storia e delle diversità culturali degli italiani ( che scuola, televisione e altri media italiani dovrebbero far vivere all’estero in un modo ben più incisivo) nella vita politica e sociale della Germania e degli altri Paesi d’accoglienza.

Perché ha ritenuto sempre la partecipazione attiva degli uomini e delle donne l’elemento fondamentale della democrazia, l’unico strumento capace di far crescere le persone in un positivo rapporto di cooperazione tra loro e con gli altri e di cancellare le pratiche di una politica fondata sulla delega, sul mercato dei favori e dei voti e sul dominio di lobby e poteri, di ogni tipo,anche criminali, che hanno fatto le loro fortune politiche ed economiche sul lavoro, i bisogni e le speranze degli emigrati.

Perché la sua presenza in Parlamento può costituire un riferimento importante in un necessario processo di cambiamento della politica dell’Italia verso i suoi cittadini e cittadine emigrati/e in Europa.

Basta con una Italia rappresentata solo da luoghi comuni cara a tanta parte delle classi dirigenti italiane!

Una svolta è possibile! Cominciamo subito con un voto Alla Sinistra l’Arcobaleno e a Gianfranco Rizzuti e con l’apertura, in Germania ed in Europa di un grande “Cantiere Sociale per un’Altra Politica” come quello che si aprirà in Italia il 5 Aprile.

“Se un uomo sogna da solo resta un bel sogno, se più persone sognano insieme è la realtà che comincia.”

Anna Pizzo (consigliera regionale Sinistra Arcobaleno Lazio)

Vittorio Agnoletto (Gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica)

Emilio Molinari (presidente del comitato italiano del contratto mondiale dell’Acqua)

Paolo Cacciari ( Deputato della Repubblica)

Angela Lombardi ( Deputata della Repubblica)

Riccardo Petrella (Istituto Europeo per la Ricerca sulla Politica dell’Acqua)

Altomare Vincenzo (docente Liceo Pitagora Rende)

Andrea Morniroli (Cantieri Sociali)

Mario Alcaro (filosofo Università della Calabria Cosenza )

Amelia Paparazzo ( Storica –Università della Calabria Cosenza)

Dino Greco ( CGIL Brescia- direttivo Nazionale)

Piero Bevilacqua (Storico Università La Sapienza Roma)

Raffaella Perri (Ingegnera Decollatura)

Tonino Perna (sociologo università di Messina, presidente Sinistra Euromediterranea)

Maria Antonietta Sacco ( Economista Carlopoli)

Giuseppe Pierino ( presidente Progetto Calabrie)

Claudio Marasco (Forum Reventino)

Filippo Sestito ( ARCI Crotone)

Guido Pasquariello ( Presidente Tecnopolis Bari)

Ciccio Gaudio (Consigliere comunale Cosenza)

Paola Cortese ( Ricercatrice Istat Roma)

Angelo Broccolo (segretario Rifondazione Comunista Cosenza)

Gemma Manoni (tecnologa Agenzia Spaziale Italiana Roma

Massimo Covello (CGIL Calabria)

Gianni Speranza ( Sindaco Lamezia Terme)

Nuccio Jovene ( Senatore della Repubblica)

Pietro Rossi (CGIL Cosenza)

Pasquale Rende (INCA Cosenza)

Milito Domenico (Dirigente scolastico e docente Università Salerno)

Vladimiro Sacco (sind. Pensionati CGIL Cosenza)

Celestre Salvatore (sind. Pensionati CGIL Cosenza)

Enzo Scandurra (Urbanista Università La Sapienza Roma)

Gianni Lucchino ( Assessore comune Lamezia Terme)

Massimo Morassut ( Ricercatore CRA Roma)

Santino Scalise (Assessore Provincia Crotone)

Sergio Arena (Consigliere Provinciale Crotone – Libera Associazione- SE)

Dino Angelaccio ( Università di Siena)

Fiorino Jantorno ( consigliere comunale Siena)

Michael Moos (avvocato e consigliere comunale Freiburg)

Prof. Dr. Hans-Peter Herrman (Università di Freiburg)

Oberstudienrätin i.R. Martina Herrmann (Unabhängige Frauen Freiburg)

Clemens Hauser ( Initiative Wahlkreis 100% Freiburg)

Marina Noussan (Consulta degli stranieri, città di Freiburg)

Giuseppe Porgo (Musicista Freiburg)

Gianni Fabbris (coordinatore Altragricoltura)

Antonella Iorio (Assistente sociale Freiburg)

Maria Michelangeli (Uniklinik Freiburg)

Giovanni Pensabene (Segretario Federazione PRC di Asti)

Enzo Bisantis (emigrato - Francia)

Dr.Ulrich Hansen (Avvocato Freiburg)

Ulrike Schubert (Consigliera comunale Freiburg)